Fenomenologia del crimine ed effetti dei new media

New media e rappresentazione dei comportamenti violenti e criminali. Tra percezione, cognizione e apprendimento

I new media hanno rivoluzionato l’informazione e le modalità con cui comunichiamo tra noi e il mondo esterno. Il web, i social network ci hanno resi tutti cittadini attivi all’interno di uno spazio virtuale dove riceviamo notizie in tempo reale, le discutiamo, le confrontiamo, le condividiamo e approfondiamo senza limiti di tempo e spazio. La criminalità oggi è ancora in testa nell’agenda dell’insicurezza: cambia però la narrazione delle notizie. Sono i crimini violenti a dominare l’agenda dei reati, meno rappresentati sono i reati ansiogeni e diffusi come furti e rapine, più presenti nell’informazione locale.

La multimedialità e le nuove rappresentazioni virtuali differenziano i nuovi media dai tradizionali e vanno ad incidere anche su determinati comportamenti, aumentando l’identificazione tra modello e target di riferimento e la costruzione di auto-efficacia, in quanto ciò che viene offerto è estremamente somigliante alla realtà. Uno dei principali rischi infatti,è proprio quello legato alla difficoltà di percezione e di discernimento tra la “reale realtà “e quella virtuale-mediatica che investono anche la sfera privata, influenzando le credenze, i valori, i modelli di comportamento che orientano la nostra vita quotidiana, in un processo di «coltivazione» che inizia fin da bambini.

new media e violenza

In particolare il giornalismo ha così assunto una modalità bipolare che ha duplicato le possibilità di offerta di informazioni ma, al tempo stesso, ne ha aumentato i vincoli, soprattutto rispetto alla coerenza tra le informazioni verbali e quelle visive . È necessario sottolineare come negli ultimi tempi sia venuta sempre meno una mancanza di stile comunicativa, di rispetto degli altri individui e di riservatezza. Non vi è dubbio alcuno che per quanto riguarda l’attività investigativa, soprattutto la prova scientifica, i media abbiamo contribuito a raggiungere una positiva opera di divulgazione ma dall’altra parte le numerose serie televisive da “CSI” a “Criminal Minds” a “RIS-delitti imperfetti” e vari talk show hanno informato gli spettatori sulle possibilità offerte dall’analisi del DNA, dal “luminol” alla telefonia-intercettazioni con troppe forzature, a volte distorcendo la realtà e quindi magnificando troppo le possibilità offerte dalla scienza generando così false aspettative nell’opinione pubblica. Si è creata cosi una ricerca della notizia, dello “scoop mediatico” a tutti i costi, anticipando pericolosamente degli esiti giudiziari.

New media… E lo spettatore?

Gli spettatori stessi però seguono con interesse tutto questo, sembra che si abbia il bisogno di soddisfare la propria curiosità morbosa della contemplazione perversa del “Male”.

La psicologia sociale parla in questi casi di “effetto finestra sul cortile”: è irresistibile cioè per qualsiasi individuo guardare dalla finestra se sta accadendo qualcosa nel proprio giardino. Come affermava il criminologo americano Edwin Sutherland nella sua “teoria della subcultura criminale”, il comportamento antisociale è in gran parte appreso dalle interazioni precoci con l’ambiente. Con la teoria sociale cognitivista lo studioso Bandura inoltre, giustifica che l’esposizione alla violenza è correlata al comportamento aggressivo, tramite l’apprendimento osservativo ed il rinforzo vicario il bambino sviluppa modelli radicati di comportamento, acquisisce programmi comportamentali, standard di autoregolazione interna, tendenze all’attribuzione che supportano o inibiscono l’aggressione. Si noti, a questo proposito, che persone abusate o maltrattate tendono ad essere più sospettose e si aspettano di più di venire coinvolte in episodi violenti.

Gli individui esposti ad ambienti violenti hanno una attitudine più positiva verso l’aggressività in quanto la percepiscono come normale. Ne deriva che, a seguito di una frequente esposizione alla violenza, il soggetto svilupperà una maggiore accettazione ed una minore risposta emotiva alla stessa. Nella nuova società 2.0 è necessario considerare tutti questi aspetti ed approfondire tale analisi proprio in seguito alla nascita di nuove forme di comunicazione e tecnologie, di nuovi attori e spettatori che creano e/o subiscono tale processo cognitivo-comunicativo , costruendo o subendo un’informazione sempre più concentrata a spettacolarizzare la morte e la violenza”. Qualsiasi barriera oggi tra privacy, violenza, identità delle vittime o di un criminale, immagini o notizie su minori, sembra essere abbattuta: niente più limiti e tutele.

Il fatto che si stia vivendo in una società violenta, dell’immagine e dell’esibizionismo ce lo dimostra l’ultima strage di studenti in Oregon, in un college americano negli Stati Uniti , o quelle dello scorso 26 agosto 2015, dove, in diretta televisiva, si è assistito all’uccisione di due giornalisti americani da parte di un loro ex collega che, avendo filmato l’omicidio , lo ha poi condiviso pubblicamente sui social network.

Buoncompagni Giacomo, 27 anni. Laureato in comunicazione pubblica e specializzato in linguaggio non verbale, analisi dei media e scienze criminologiche con un master in criminologia investigativa. Sta conseguendo un secondo master in cyber security e collabora con la cattedra di sociologia presso l'Università di Macerata. È docente di "comunicazione e crimine" presso la Libera Università di Ancona e autore del libro "Il ruolo della comunicazione nell'investigazione" (Gruppo Editoriale L'Espresso)