L’esperimento della prigione di Stanford

L’esperimento della prigione di Stanford: luci e ombre sul più importante esperimento psicologico di tutti i tempi

Tra i vari esperimenti psicologici, il più famoso è quello svoltosi, nell’agosto del 1971, nella prigione di Stanford, situata in California, nella Contea di Santa Clara, a circa 60 chilometri a sud di San Francisco.

L’esperimento della prigione di Stanford durò molto meno rispetto al tempo previsto dagli studiosi dell’Università di Stanford, a causa di alcune “complicazioni” che era impossibile prevedere.

Esperimento-prigione-StanfordL’esperimento della prigione di Stanford fu un esperimento psicologico volto a indagare il comportamento umano in una società in cui gli individui sono definiti soltanto dal gruppo di appartenenza.

L’esperimento, organizzato dallo psicologo Philip Zimbardo e i suoi colleghi, prevedeva l’assegnazione, ai volontari che accettarono di parteciparvi, dei ruoli di guardie e prigionieri all’interno di un carcere simulato.

L’esperimento della prigione di Sanford: i partecipanti e l’allestimento

I ricercatori allestirono una vera e propria prigione nei sotterranei della facoltà di Psicologia dell’Università di Stanford, e selezionarono 24 studenti per far loro assumere i ruoli di guardia e prigioniero.

I partecipanti furono selezionati tra coloro che non avevano precedenti con la giustizia, né problemi mentali né fisici. Ai volontari fu concessa una paga giornaliera di 15$ al giorno per un periodo dai 7 ai 14 giorni.

Esperimento della prigione di Stanford. L’allestimento prevedeva tre celle di 2 metri per 3. Ciascuna cella ospitava 3 prigionieri e includeva 3 lettini. Altre stanze di fianco alle celle venivano occupate dai ‘guardiani’: uno spazio davvero minuscolo fu destinato a ospitare la cella di isolamento, e un altro piccolo serviva come spazio per l’ora d’aria.

I 24 volontari furono assegnati per sorteggio ai ruoli di guardia o prigioniero: i prigionieri restavano in cella per 24 ore al giorno, i guardiani lavoravano in turni di 8 ore e a gruppi di 3. Telecamere nascoste osservarono lo svolgimento delle giornate-tipo.

L’esperimento della prigione di Sanford: l’inizio

La polizia di Palo Alto aveva accettato di collaborare con il dipartimento di psicologia dell’università di Stanford e prese il compito molto sul serio: prelevò i ragazzi a casa dopo aver letto i loro diritti, li registrò seguendo la procedura regolare all’arrivo alla stazione e li tenne qualche tempo in una cella con gli occhi bendati.

esperimento della prigione di stanfordDopo l’ingresso nella “prigione della contea di Stanford”, ogni detenuto venne perquisito, denudato e spruzzato dalle guardie con uno spray, seguendo alla lettera le normali pratiche carcerarie. A ciascuno fu messo in testa un copricapo ricavato da una calza di nylon. Alla caviglia destra gli venne chiusa con due lucchetti una pesante catena ad anelli di metallo. La catena non sarebbe stata tolta in nessuna occasione, neppure durante la notte. L’unica veste sopra il corpo nudo era un camicione lungo, di colore bianco, con davanti e dietro il numero di matricola personale di tre o quattro cifre.

Le nove guardie, che si alternavano in tre turni da otto ore, indossavano tutte la stessa divisa cachi, avevano un fischietto al collo, un manganello prestato dalla polizia e indossavano sempre occhiali scuri per nascondere qualsiasi emozione ai carcerati. Era stato detto loro che, per mantenere l’ordine nella prigione, potevano fare qualsiasi cosa che non attentasse all’integrità fisica dei detenuti.

Le regole scritte della prigione vennero preparate dalle guardie con la supervisione degli psicologi che seguivano l’esperimento.

L’esperimento della prigione di Sanford: la prima scintilla

Il primo giorno passò senza incidenti. Non solo, ma le guardie sembravano piuttosto a disagio, incerte della loro autorità, spesso indecise o imbarazzate. L’atmosfera assomigliava molto poco a quella di una prigione.

La mattina del secondo giorno, cogliendo guardie e ricercatori di sorpresa, i detenuti inscenarono una rivolta. Si tolsero il copricapo dalla testa, spinsero i materassi contro le porte e iniziarono a prendere in giro le guardie, urlando insulti.

Durante la rivolta le guardie del turno successivo arrivarono e contestarono duramente il lavoro dei colleghi che avevano permesso ciò. Le guardie dei due turni allora decisero di risolvere la situazione usando gli estintori e iniziarono a spruzzare anidride carbonica sui detenuti per allontanarli dalle porte. Poi entrarono nelle celle, denudarono i carcerati, portarono fuori i letti e misero quelli che credevano i capi della rivolta in isolamento nella “buca”.

esperimento carcere di Stanford. i detenutiBastò la prima rivolta a mutare l’atteggiamento delle guardie, fino al giorno prima piuttosto incerte sul da farsi. Crearono la cella dei privilegi in cui misero dentro i tre prigionieri meno coinvolti ai quali non venne applicata la sospensione del cibo e il diritto di lavarsi prevista per gli atri sei.

Le guardie iniziarono anche a negare il diritto ad andare in bagno dopo lo spegnimento delle luci per la notte alle dieci di sera, costringendo i prigionieri ad utilizzare i due secchi che erano in dotazione a ogni cella. L’ambiente cominciò a caratterizzarsi di un’aria pesante e sgradevole.

Dopo trentasei ore dall’inizio dell’esperimento della prigione di Stanford, la notte tra il 15 e il 16 agosto, i supervisori decisero di liberare il detenuto numero 8612, che aveva iniziato a soffrire di scoppi di pianto incontrollati e di attacchi d’ira.

Tutto ciò accadeva sotto gli occhi del dottor Zimbardo che da quel giorno aveva deciso di non lasciare la finta prigione della contea di Stanford.

L’esperimento della prigione di Sanford: il piano di fuga sventato e un crescendo di crudeltà

Durante il giorno delle visite, le celle e i detenuti furono messi a posto. Una guardia sentì due prigionieri parlare di un piano di fuga: il volontario rilasciato il secondo giorno sarebbe tornato con un gruppo di amici, subito dopo l’orario delle visite, e avrebbe cercato di liberare tutti i prigionieri. Zimbardo e il suo gruppo di ricercatori tennero una riunione tra loro per cercare di sventare il piano. Oramai si sentivano pienamente coinvolti.

Decisero che dopo le visite avrebbero chiamato rinforzi per le guardie, incatenato insieme i prigionieri e coperto le loro teste con dei sacchi prima di portarli in una stanza al quinto piano.

esperimento della prigione di stanford.guardiaQuando sarebbero arrivati l’ex prigioniero 8612 (rilasciato il giorno prima) e i suoi amici, avrebbero trovato il solo Zimbardo che avrebbe detto loro che l’esperimento della prigione di Stanford era finito e tutti i volontari erano stati mandati a casa.

Poi avrebbero riportato giù i prigionieri e raddoppiato la sicurezza. Pensarono persino di trattenere l’ex prigioniero 8612 con un pretesto e di rinchiuderlo di nuovo, per fargliela pagare.

Zimbardo rimase solo ad aspettali per parecchio tempo, ma per qualche motivo l’ex prigioniero 8612 e i suoi amici non si presentarono mai. I prigionieri vennero riportati nelle loro celle.

Da quel giorno le guardie aumentarono ancora la loro crudeltà nei confronti dei prigionieri, facendo loro eseguire in continuazione esercizi fisici punitivi, obbligandoli a pulire i bagni a mani nude, prolungando gli appelli notturni per ore. Un secondo venne rilasciato e un terzo pianse istericamente mentre ai suoi compagni veniva fatto cantare “il prigioniero 819 è un cattivo prigioniero e per questo motivo la mia cella è disordinata, signor sovrintendente”.

Il quinto giorno venne introdotto nella prigione un nuovo volontario, con il numero di matricola 416. Il suo impatto con la situazione fu durissimo, dato che non era presente durante il crescendo di pressioni e punizioni dei giorni precedenti. Decise di iniziare uno sciopero della fame per ottenere il suo rilascio ma che gli costò soltanto l’isolamento. I suoi compagni cominciarono a vederlo solo come una fonte di problema.

Dopo cinque giorni dall’inizio dell’esperimento della prigione di Stanford, Zimbardo notò che i prigionieri non avevano alcuna solidarietà reciproca. Rinchiusi nelle celle, non parlavano mai tra loro di storie personali e di argomenti che riguardassero il mondo fuori dalla prigione.

L’esperimento della prigione di Sanford: la fine dei giochi

Christina Maslach aveva appena finito il dottorato in psicologia a Stanford e, fatto ancora più importante, era la ragazza (e futura moglie) del professor Zimbardo. La sera di giovedì 18 agosto andò a visitare il luogo dell’esperimento, nei sotterranei dell’Università di Stanford. Vide le guardie allineare i prigionieri per la conta delle dieci di sera, prima che venissero portati in bagno e venisse spenta la luce. Le guardie coprirono le loro teste con dei sacchetti e incatenarono insieme i loro piedi, urlando e insultandoli. Maslach scoppiò in lacrime e se ne andò, dicendo che non riusciva a sopportare quello che stava vedendo. Zimbardo la seguì fuori da Jordan Hall e i due ebbero un grosso litigio che suscitò dei dubbi di tipo etico su quanto stesse accadendo.

Le guardie, notò il professore Zimbardo, diventavano più dure durante la notte, quando credevano di non essere sorvegliate dai ricercatori, imponendo ai prigionieri punizioni umilianti e spesso a sfondo sessuale. Lo stesso professore si interrogò sul proprio ruolo e sulla gestione dell’esperimento. Sabato 20 agosto 1971, dopo soli sei giorni dei quattordici previsti, il professor Zimbardo decise di interromperlo.

L’esperimento della prigione di Sanford: solo un gioco a guardie e ladri?

Dei 14 giorni previsti solo 6 furono possibili per ciò che accadde: le guardie divennero prepotenti e i prigionieri iniziarono a mostrare segni di estremo stress.

Esperimento della prigione diStanford - ZimabradoLo stesso professor Zimbardo, duramente criticato, ammise più tardi in un suo libro: «Solo poche persone sono in grado di resistere alle tentazioni fornite dal potere e dal dominio su altri soggetti. Io stesso scoprii di non far parte di questa ristretta schiera».

Nonostante solamente una guardia su tre avesse manifestato comportamenti repressivi e crudeli nessuna pensò mai di mettere in discussione i trattamenti più duri.

Nessuna guardia arrivò mai in ritardo al suo turno alla prigione e nessuna chiese di lasciare l’esperimento in anticipo.

In un’intervista degli ex allievi dell’università di Stanford, Dave Eschelman, una delle guardie più crudeli verso i prigionieri, disse che il suo comportamento «fu programmato. Partecipai con un piano ben definito in testa, quello di provare a forzare la situazione, fare in modo che succedesse qualcosa, in modo che i ricercatori avessero qualcosa su cui lavorare. [...] Al college e alle superiori partecipavo a tutte le recite teatrali. Si trattava di qualcosa a cui ero molto abituato: immedesimarsi in un’altra personalità prima di entrare sul palcoscenico».

L’esperimento della prigione di Sanford è servito a qualcosa?

Secondo Zimbardo l’esperimento della prigione di Stanford permise di gettare le basi per un’interpretazione situazionale, piuttosto che disposizionale, del comportamento umano: in un determinato contesto, forniti di autorità e di una sorta di “alibi” giustificante, ragazzi senza precedenti violenti, ben educati e di un buon ambiente sociale si trasformavano in poco tempo in “guardie” oppressive e sadiche. Chiunque, in altre parole, poteva essere spinto da un certo contesto a commettere abusi, ridimensionando le teorie su una eventuale “predisposizione” di alcuni individui a esercitare l’autorità con violenza.

L’esperimento della prigione di Stanford venne criticato da molti esperti del settore. Il BBC Prison Study trent’anni dopo sostenne che lo psicologo, agendo da “sovrintendente capo” della prigione e indirizzando alcuni discorsi alle guardie, avrebbe falsato il loro comportamento e avrebbe dato troppe istruzioni implicite su come comportarsi. Una guardia che partecipò all’esperimento è convinta ancora oggi che fu Zimbardo a causare il peggioramento della situazione, e che fin dall’inizio lo psicologo cercò di ottenere un “crescendo drammatico”.

Anche se un’indagine dell’American Psychological Association concluse nel 1973 che l’esperimento della prigione di Stanford rispettava le linee-guida della professione, gli attuali regolamenti per gli esperimenti di psicologia, approvati dopo l’esperimento, ne impedirebbero lo svolgimento.

Fonti: IlPost.it, Psicocafé, Wikipedia

Eloquente (forse un po' troppo), è la voce più critica del gruppo. Si occupa principalmente di mass media convenzionali e non. Appassionato di cucina, è un bibliofago e passa il tempo libero a scrivere di tutto e di più. Autore preferito: il comisano Gesualdo Bufalino.