Selfie: mi consumi, dunque sono

Il foto-fenomeno del #selfie cresce tra i Millennials -giovani tra i 14 e i 30 anni- in maniera esplosiva. Merito del “noi” sociale o dell’ “io” individuale? Sicuramente c’è la voglia di raccontarsi e mostrarsi. A qualunque costo

Selfie, servo delle mie brame, chi è il più bello del reame? Non serve la stregoneria per per essere narcisisti, specie se esistono smartphone e piattaforme social: in questi canali ormai da tempo impazza il fenomeno dell’autoscatto condiviso con gli utenti di Internet.

Giovane in un selfieUn fenomeno notevole: secondo un’ indagine della piattaforma Instagram sono circa 79 milioni le foto contrassegnate dall’hashtag #selfie, 51 milioni quelle etichettate con #me. Non così poche, se nel mondo i nativi digitali sono 363 milioni. Certo, oggi alla regina Grimilde non basterebbe più l’opinione dello specchio magico e probabilmente si rimetterebbe al giudizio del web.

Rivoluzione. Cosa è cambiato rispetto all’autoscatto classico? Narciso si specchia nell’obiettivo del cellulare o nella webcam premeditando una fruizione dell’immagine da parte di terzi. A differenza del classico autoscatto, l’immagine nasce “già” per un pubblico, prima di tutto e l’uso che ne fa l’autore-protagonista passa per l’uso che ne fa il “pubblico”. Senza gli spettatori, un selfie vale zero, è inutile. Un esempio: per una ragazza intervistata dalla BBC il fatto che quando si è giù di corda ci sarà sempre qualcuno ad apprezzare la tua foto lega il selfie al buon umore.

Variazioni sul tema. Sono varie le declinazioni del vecchio canovaccio dell’autoritratto, e accomunano il divo e l’uomo della strada: dalla versione semplice al multisoggetto, dalle situazioni pubbliche a quelle private, spesso intime, preferibilmente in posa, ma con la pretesa della naturalità, tanto che ci si potrebbe scrivere (come è già stato fatto) un manuale. Alla fine della fiera delle vanità sembra uscire vincitore l’io, lanciato tra le onde (e gli occhi) dell’oceano-web.

Sono “a pezzi”. Spopola anche la ripresa di un proprio dettaglio, ed ecco che le foto sembrano rispecchiare la frammentazione dell’essere umano: riprese di occhi, ventri, sederi, seni, più o meno pseudopudiche. Insomma, la parte ha la meglio sul tutto, quando non è l’elaborazione tecnica del photoshop a prendere il sopravvento. A cavallo tra minuzia scientifica e pornografica, tra seduzione e consumo.

Numeri. Puntualizzazioni moraliste, diranno alcuni. Dubbi leciti, visti i numeri. Secondo una ricerca del Pew Research Internet Project del 2012, negli USA, trainanti in materia, il 91% degli adolescenti pubblica foto di sé. In Italia, Milano, con 108 autoscatti ogni 100.000 abitanti, è l’ottava città più “selfie” del mondo nella classifica stilata dalla rivista Time. Un record, visto che gli utenti del web nostrani sono solo 35 milioni.

Pop-porno? E c’è qualcuno che ha fatto riflessioni più inquietanti: come ha riportato la rivista argentina Ñ, l’antropologa Paula Sibilia si chiede se gli individui che producono selfies – allo stesso tempo autori, narratori e personaggi – siano capaci di mostrarsi in forma diversa dall’immagine che segue schemi sociali accettati. Per il sociologo Hernàn Vanoli l’estetica del selfie combina quella della pornografia amatoriale con quella della pubblicità.

Tanto fumo, e ciò mi basta. Spettacolarizzazione della banalità quotidiana a parte, stanno cambiando le nostre percezioni di normalità e di socialità. Così come la “Primavera” egiziana aveva infranto tabù sociali nel web, lasciandoli però intatti nella vita reale, si potrebbe sospettare che l’aumento digitale di relazioni non si traduca in socialità concreta. E dietro il sipario il contenitore social rimane vuoto, se non lo riempiamo di umanità.

Consiglio anche Infografica sul narcisismo social (in inlgese)Infografica sulla storia del selfie

Letterato infarinato, innamorato di Venezia. Non capendo cosa fare da grande, ha scoperto cosa vuole fare prima di diventarlo: il giornalista. Le ragioni? Provare a essere utile al mondo e alla sua amata Italia. Forse anche avere stile (almeno quello!) quando fuma una sigaretta. Cercare di rimanere idealista, non importa con quanti capelli in testa.