Informazione manipolata e manipolante sul carcere italiano

A proposito della puntata dedicata al carcere italiano, su Report. C’è un silenzio che non possiede responsabilità per gli eventi critici che attraversano le fondamenta del carcere italiano

Piuttosto che parlare di lavoro che non c’è e di eventuali lavori forzati, perché di questo si tratta, sarebbe bene chiederci invece cosa continua a succedere nel carcere italiano, dove gli slogan intransigenti dei giustizieri della politica si sovrappongono alle statistiche sui suicidi, gli atti di autolesionismo, la violenza e l’inutilità di una pena senza progettualità.

Sul carcere italiano è scesa nuovamente una cappa fumogena, una sorta di comando a non rendere troppo eccessiva la pietà, in fin dei conti è tutto nello stato naturale delle cose, la ferraglia arrugginita è ben custodita, non vale la pena dedicarci tempo e denaro, certo meglio impegnarsi su altri fronti, più redditizi in termini di visibilità e consenso.

Questa è la sintesi su cui poggia per molta parte l’impianto penitenziario italiano, il sentire comune sul carcere pilotato ad arte, che trasforma il diritto dei principi fondamentali in optional da sbandierare a comodo, che non interpellano la nostra coscienza, sul ruolo, sull’utilità, la stessa pena che alberga drammaticamente all’interno delle sue celle.

Carcere italiano

Disquisizioni, chiacchiericcio ruminante, quasi a voler affermare che nelle galere non entra nessuno, non ci rimane alcuno, non esistono neppure condanne scontate, non si trovano uomini e donne alla catena, è tutta una bufala raccontata male.

C’è un conflitto permanente sulla giustizia, un quotidiano affermare ciò che è vero oggi è falso domani, una dinamica che riproduce e rafforza intolleranza e indifferenza nei riguardi di chi ha sbagliato ma rimane un cittadino seppure detenuto, che bisognerebbe aiutare ( il carcere serve anche a questo se a qualcuno fosse sfuggito il concetto ) a diventare una persona migliore con il proprio contributo da consegnare alla collettività.

C’è un silenzio che non possiede responsabilità per gli effetti collaterali, gli eventi critici, che attraversano le fondamenta del carcere italiano: si muore sul terzo piano di un letto a castello, su un materasso imbrattato buttato per terra, sopra una turca incrostata e posta a fianco delle stoviglie miserabili disperse qua e là. Si muore così, avvolto il capo in un sacchetto di plastica, con una corda, con un po’ di sapone, si muore lentamente con gli occhi sbarrati, per vederla tutta la propria vita annientata, dentro una latrina fatiscente a dismisura.

Quando un uomo se ne va in questa maniera, è privato della possibilità di un perdono, muore castigato a morte, con il male a farla da padrone, muore con la speranza strozzata in gola, senza tribunali, senza giudici, una condanna nella condanna, il suicidio è un’arma di ritirata strategica, è attenuante prevalente all’aggravante, diviene uscita di emergenza per chi dall’altra parte del muro di cinta, volta le spalle, abbassa lo sguardo, dimenticando che la periferia è il luogo da dove parte la città, la ramificazione di ogni esistenza.

Nel carcere italiano a chi spetta la ri-educazione?

Dall’inizio dell’anno decine di morti ammazzati nell’abbandono e nell’incuria sociale per mantenere inalterata la condizione disumana del carcere, la procrastinazione del diritto alla vita e alla dignità personale.

Del carcere tutti sappiamo tutto, ma a pochi importa qualcosa davvero, questo vale anche per chi in carcere si arrende, per chi in galera sopravvive, per chi ci lavora, perché ognuno parla, agisce, dimentica, per ideologia, per appartenenza, ciascuno mira al proprio interesse personale, al rafforzamento della propria casta, al male minore da scegliere.

La compassione è finita da un pezzo nel carcere italiano, la prigione deve essere un luogo in cui ipocritamente è richiesta la riabilitazione, ma allora a chi il compito di ri-educare?

Educare a rieducare è capacità operativa a ricostruire insieme, non è una forma dialettica rinsecchita, che serve solo a giustificare le inadempienze, ma intendimento a ritrovare un sistema di valori condivisi, come processo veritativo per una conquista di coscienza.