La violenza contemporanea come processo emotivo e comunicativo

Come cambiano i comportamenti violenti nella nuova società della comunicazione

Da sempre l’uomo ha provato, sia a livello individuale sia collettivo, a rimuovere ogni forma di aggressività distruttiva, relegandola a una dimensione estranea da sé, cercando ripetutamente di comprenderla. L’azione atroce e cruenta, infatti, svela ciò che dovrebbe rimanere sempre nascosto: il dominio violento dell’uomo su altri uomini (Cerretti, Natali, 2012).

Il criminologo Athens (1994) fornisce una spiegazione alternativa alla tradizionale prospettiva che spiega il comportamento criminale violento legato alla tesi della “malattia mentale”, secondo cui un individuo generalmente non è ritenuto “normale” se commette reati violenti , anzi appaiono come esseri “irrazionali”. Il criminologo parla di quelle situazioni nelle quali la vittima è stata lesa e a livello fisico, oppure “violentata sessualmente…sotto la minaccia di danni fisici concreti” (Cerretti, Natali, 2012). Ciò fa riferimento al rapporto uomo-donna e alle relazioni familiari basate su un rapporti di dominio e potere.

Secondo Bordieu (1998), tale rapporto implica una violenza simbolica , una forma di violenza impercettibile che induce il dominato a incorporare schemi conoscitivi che svolgono una funzione di legittimazione del dominatore. Il termine “ violenza” spesso si intreccia con quello di “sottomissione”, esercitate essenzialmente attraverso le vie simboliche della comunicazione. La violenza è quindi una categoria dell’agire e del comportamento che fa parte dell’esperienza comune dell’essere umano; sono categorie che caratterizzano spesso l’interazione , che si fonda con emozioni come l’odio e il disprezzo, finalizzate al disconoscimento dell’altro.

La violenza generalmente all’interno di contesti sociali è caratterizzati da una “oppressione relazionale durevole” ed immutabile nel tempo , dove si fanno uso di strategie comunicative e comportamentali che mirano al dominio dell’altro, al totale controllo della vittima facendo perno appunto sull’oppressione (Bartholini, 2015). Se poi la violenza si evolve e va intrecciarsi con fenomeni criminali specifici e complessi come quello del terrorismo, l’analisi si amplia ancora di più, in particolar modo se si riconosce che , all’interno di tali categorie dell’agire umano, il processo di comunicazione-relazione ha un ruolo preponderante che è necessario analizzare e riconoscere. Le relazioni tra individui sono elementi basilari per la vita sociale. Sempre più spesso capita però che i due attori sociali comunicanti , non condividano totalmente gli stessi significati nel codificare e decodificare lo stesso messaggio per cause culturali, linguistiche e psico-sociali (Corradi, 2009).

All’interno di queste situazioni si verificano fasi di incomprensione, di assenza di feedback , generando cosi una condizione di “asimmetria”nella relazione tra gli attori sociali (Bartholini, 2015). La condizione di asimmetria genera quell’oppressione relazione che contraddistingue e può facilitare il verificarsi comportamenti violenti (Marotta, 2015). È di dovere riprendere un’interessante definizione di violenza che ci viene fornita dal sociologo italiano L. Gallino (2006): «..la violenza è una forma estrema di aggressione materiale compiuta da un soggetto individuale o collettivo, consistente nell’attacco fisico, psicologico intenzionalmente distruttivo, recato a persone o cose , che rappresentano un valore per la vittima o per la società in generale».

Generalmente, la storia ci ha rappresentato la violenza come la risultante di un conflitto tra individui o gruppi. Il sociologo e criminologo americano Randall Collins (2008), dopo il tragico attentato dell’11 settembre negli Stati Uniti, formulò un nuovo paradigma della violenza , quello di “violenza contemporanea”, prendendo proprio l’11 settembre come “data zero” di riferimento. Per “violenza contemporanea” Collins(2014), intende una nuova forma di violenza che caratterizza la società contemporanea e che è frutto, non di conflitti a priori, ma di mutamenti sociali, culturali comunicativi all’interno di nuovi contesti , senza tralasciare il ruolo dei media e i loro contenuti violenti,lo stile di film,serie tv,Tg d’informazione, che puntano direttamente, senza limiti e tutele,ad attrarre l’attenzione dello spettatore con immagini cruente, mescolando realtà e finzione. Il “processo di civilizzazione”(Collins,2014), l’evoluzione della società, i nuovi media elettronici e digitali, il fenomeno della globalizzazione, cambiamenti politico-economici hanno dunque fortemente influito sulle interazioni umane , cambiando radicalmente il modo di relazionarsi e di comunicare, di costruzione e percezione della propria identità e realtà.

Questo nuovo contesto però, afferma Collins (2014), ha portato l’uomo ad evolversi «psicologicamente» in maniera da acquisire una «propensione neurologica» a evitare lo scontro fisico. Ciò avviene a causa di quella che il sociologo chiama “ the barrier of confrontational tension and fear”: la barriera emotiva della paura e dello scontro. L’aggiramento della barriera emotiva però può avvenire, relazionandosi con altri individui, è un legame sociale che mette in crisi quell’ “energia emozionale” che nasce con l’interazione (Collins, 2014) e si verifica in cinque situazioni violente che il sociologo analizza facendo riferimento in particolare al fenomeno del terrorismo contemporaneo:

  1. attaccking the weak: attaccare una persona debole ed indifesa (es: bulli, rapinatori, sequestratori ostaggi);
  2. scontro tra combattenti disciplinati da regole e rivolto ad un pubblico di spettatori: il pubblico qui ha una forte influenza nella durata e nel livello di violenza dello scontro ,chi combatte si concentra più sull’audience che sullo sfidante;
  3. conflitto tra individui che si colpiscono a lunga distanza: la distanza fisica favorisce il superamento della tensione e della paura (es:omicidi per terrorismo );
  4. uso strategico dell’inganno: la vittima non conosce il reo e le sue intenzioni (terrorista suicida);
  5. concentrarsi sul “gesto tecnico violento” e sull’arma utilizzata invece che sulla vittima (tipico dei cecchini).

In queste situazioni, l’individuo riesce ad esercitare la violenza “aggirando l’ostacolo dell’ emotività” e vincere la paura in quanto, sostiene Collins (2014), non si innesca nessuna tensione e «l’adrenalina dell’assassino riesce a fluire con maggiore calma, evitando di ridurre la sua lucidità». Chi commette violenza, sono coloro che riescono ad aggirare la tensione e la paura generata dal confronto e trasformare questa “situazione emozionale” in un vantaggio per loro stessi e in uno svantaggio per l’avversario; i nuovi media, i nuovi linguaggi hanno un forte peso su questo mutamento del fenomeno violenza.

Buoncompagni Giacomo, 27 anni. Laureato in comunicazione pubblica e specializzato in linguaggio non verbale, analisi dei media e scienze criminologiche con un master in criminologia investigativa. Sta conseguendo un secondo master in cyber security e collabora con la cattedra di sociologia presso l'Università di Macerata. È docente di "comunicazione e crimine" presso la Libera Università di Ancona e autore del libro "Il ruolo della comunicazione nell'investigazione" (Gruppo Editoriale L'Espresso)