Dal medico di famiglia alla Casa di Comunità: cosa cambia davvero con la riforma Schillaci
La premessa decisiva è anche quella che più spesso si perde per strada: al 27 aprile 2026 la cosiddetta riforma Schillaci sulla medicina generale non è ancora una norma in vigore. Il testo discusso il 23 aprile con le Regioni è una bozza di decreto, inserita in un percorso più ampio fatto di regole già operative, accordi già chiusi e altri provvedimenti che devono ancora essere attuati.
Da qui nasce buona parte della confusione. Nel dibattito pubblico finiscono spesso nello stesso calderone tre piani diversi: il modello della sanità territoriale già disegnato dal DM 77, l’Accordo collettivo della medicina generale e la nuova bozza presentata dal ministro Schillaci. Ma se l’obiettivo è capire che cosa può cambiare davvero nella vita quotidiana di medici e cittadini — visite, ricette, controlli, continuità assistenziale, presa in carico — questi livelli vanno tenuti distinti.
In breve: oggi il medico di famiglia non cambia automaticamente status. Allo stato delle informazioni disponibili, non emerge un passaggio generalizzato degli studi nelle Case di Comunità. La cornice della sanità territoriale esiste già; il punto aperto è farla funzionare davvero.
Prima di tutto: cosa esiste già, cosa è in bozza, cosa segue un altro percorso
Una cronologia essenziale aiuta a non attribuire alla “riforma Schillaci” cambiamenti che, in realtà, arrivano da altre norme.
- Già vigente: il DM 77/2022, che definisce l’architettura dell’assistenza territoriale e il modello delle Case di Comunità.
- Già sancito: l’ACN medicina generale 2022-2024, sul quale la Conferenza Stato-Regioni ha raggiunto l’intesa il 15 gennaio 2026.
- Percorso distinto: il disegno di legge delega sul riordino di ospedale e territorio approvato dal Consiglio dei ministri il 12 gennaio 2026, con nota ministeriale del 13 gennaio, e che richiederà decreti attuativi entro il 31 dicembre 2026.
- Ancora in bozza: il decreto illustrato alle Regioni il 23 aprile 2026 dal ministro Orazio Schillaci.
In pratica, una parte della riorganizzazione di cui si parla in queste settimane è già partita, ma non nasce dalla bozza di aprile. Quella bozza, semmai, prova a intervenire sul punto più difficile: rendere concreta la rete territoriale nella pratica di ogni giorno.
Come funziona oggi il medico di famiglia, al netto degli slogan
Oggi il medico di medicina generale resta un professionista convenzionato con la ASL, non un dipendente del Servizio sanitario nazionale. Nella pratica questo significa autonomia professionale, studio proprio o associato, rapporto fiduciario diretto con gli assistiti e obblighi definiti dalla convenzione.
È un modello che conserva un punto di forza evidente: la continuità della relazione. Il paziente sa a chi rivolgersi; il medico conosce storia clinica, terapie, fragilità e spesso anche il contesto familiare. Ma è anche un modello che fa sempre più fatica quando i servizi territoriali sono frammentati, le zone scoperte aumentano e il tempo del medico si disperde tra attività clinica, burocrazia, certificazioni, telefonate, rinnovi terapeutici e gestione dei pazienti cronici.
Il problema, infatti, non è solo contrattuale. È soprattutto organizzativo, e riguarda anche il personale. Secondo la Fondazione GIMBE, al 1° gennaio 2025 mancavano oltre 5.700 medici di medicina generale; tra il 2019 e il 2024 il loro numero è calato di 5.197 unità. RaiNews e ANSA riportano inoltre che ogni medico segue in media 1.383 assistiti, oltre il livello ritenuto ottimale. È un dato che pesa su tutto: se i professionisti non bastano, qualunque riforma rischia più di spostare il carico che di aumentare davvero l’accesso.
Le Case di Comunità non nascono oggi: cosa prevede già il DM 77
Le Case di Comunità non sono una novità del 2026. Il loro impianto normativo è già nel DM 77/2022, che ha ridisegnato la sanità territoriale anche in chiave PNRR. L’idea di fondo è spostare una parte dell’assistenza da un sistema centrato quasi solo sull’ospedale a una rete di prossimità, più continuativa e più integrata.
- Case di Comunità hub: una ogni 40.000-50.000 abitanti, con cure primarie in équipe multiprofessionali e presenza medica H24, 7 giorni su 7.
- Case di Comunità spoke: strutture più leggere, con presenza medica H12 per 6 giorni su 7.
- Servizi previsti: Punto Unico di Accesso, supporto amministrativo e organizzativo, continuità assistenziale, assistenza infermieristica, specialistica ambulatoriale, assistenza domiciliare, punto prelievi, diagnostica di base e collegamento al CUP.
Per i cittadini, almeno sulla carta, la promessa è abbastanza chiara: avere sul territorio un luogo dove trovare non solo il medico di famiglia, ma un insieme coordinato di servizi. Il punto è che tra il modello previsto e la sua piena operatività c’è ancora un divario significativo.
Anche i numeri vanno letti con attenzione, perché fotografano cose diverse. Il target PNRR delle Case di Comunità è stato riprogrammato da 1.350 a 1.038. Nelle ricostruzioni giornalistiche, le strutture programmate complessivamente sono circa 1.715. Ma al 31 dicembre 2025, secondo i dati riportati da RaiNews e ANSA, erano 781 quelle con almeno un servizio attivo. Mettere insieme questi tre numeri senza spiegare che cosa misurano e a quale data si riferiscono produce più rumore che chiarezza.
Perché il governo interviene adesso
La spinta politica non nasce solo dal PNRR e dalle scadenze legate alle strutture. Nasce anche da una domanda di salute che è cambiata: più anziani, più cronicità, più bisogni complessi da seguire nel tempo. In questo scenario, il singolo studio del medico, da solo, fatica sempre di più a reggere il peso della presa in carico.
Il Piano Nazionale della Cronicità aggiornato nel 2025 insiste proprio su questo punto: le malattie croniche richiedono un approccio multidisciplinare e coordinato, con integrazione tra servizi e operatori lungo tutto il percorso di cura. Perciò la discussione non riguarda soltanto il tema, molto visibile, dei medici dipendenti o convenzionati. La domanda vera è un’altra: il territorio riuscirà a seguire meglio pazienti cronici e fragili, riducendo discontinuità, accessi impropri al pronto soccorso e, almeno in prospettiva, una parte dei ricoveri evitabili?
La bozza Schillaci in pratica: il doppio binario
È qui che entra in scena la bozza presentata alle Regioni. Secondo le ricostruzioni convergenti di RaiNews, ANSA, la Repubblica e Corriere, la novità più concreta sarebbe un doppio binario.
- Primo binario: una convenzione riformata, destinata secondo queste ricostruzioni a restare il modello ordinario, con più attività programmata nelle Case di Comunità, partecipazione stabile alla rete territoriale, uso di sistemi informativi interoperabili, presa in carico strutturata di cronici e fragili, audit e monitoraggio.
- Secondo binario: una forma di dipendenza volontaria e graduale per alcune funzioni territoriali più strutturate.
Su questo passaggio serve però molta prudenza. Finché non esiste un testo normativo definitivo e pubblicato, si può parlare di scenario probabile, non di regole già fissate. Per lo stesso motivo è meglio non costruire il ragionamento su dettagli economici o tecnici che restano ancora negoziabili.
Il senso politico della bozza, comunque, sembra abbastanza chiaro: spostare la medicina generale da un assetto prevalentemente individuale a un modello più integrato nella rete territoriale. Non è solo un tema di contratto. È un tema di agenda, presenza programmata, passaggi di consegne, condivisione dei dati e responsabilità organizzative, oltre che cliniche.
Cosa cambierebbe per i medici di base nella vita quotidiana
Se la bozza venisse confermata, il cambiamento più visibile per i medici di famiglia riguarderebbe la giornata di lavoro. In molti casi lo studio tradizionale potrebbe continuare a restare un riferimento, ma una quota maggiore dell’attività potrebbe svolgersi nella Casa di Comunità oppure in collegamento stabile con la rete territoriale.
- Più lavoro d’équipe: almeno in teoria meno isolamento e più possibilità di condividere i casi complessi con infermieri, specialisti e altri servizi.
- Più attività programmata: orari, turni di presenza, organizzazione delle agende e coordinamento con la struttura diventerebbero più rilevanti di oggi.
- Più presa in carico strutturata: cronici e fragili richiedono follow-up, monitoraggio e collegamento costante con altri professionisti.
- Più rischio di carico amministrativo: interoperabilità, audit e reporting possono migliorare il sistema, ma senza supporto organizzativo rischiano di sottrarre altro tempo clinico.
Il rapporto fiduciario, quindi, potrebbe non scomparire, ma cambiare contesto e modalità operative. Per alcuni pazienti questo può essere un vantaggio, perché significa cure meno frammentate. Per altri può tradursi nella sensazione di un rapporto più impersonale, meno centrato sul proprio medico e più sulla struttura. È uno dei nodi più delicati, anche sul piano umano.
Per i cittadini: cosa può cambiare nelle situazioni più comuni
Visite ordinarie
Il medico di famiglia dovrebbe restare il riferimento principale, ma una parte dell’attività potrebbe spostarsi o integrarsi con la Casa di Comunità. Dove la struttura è davvero funzionante, il cittadino può trovare più servizi nello stesso luogo. Dove la rete non è ancora matura, la transizione rischia di complicare più che semplificare.
Ricette, rinnovi e certificati
Qui molto dipenderà dal livello di integrazione organizzativa e digitale. Se i sistemi informativi dialogano davvero tra loro e se la Casa di Comunità dispone anche di supporto amministrativo e infermieristico, alcune pratiche possono diventare più rapide. Se invece cambiano solo i luoghi, ma non i processi, il cittadino può ritrovarsi con più passaggi invece che con meno.
Controlli dei pazienti cronici
È probabilmente il terreno su cui la riforma potrebbe incidere di più. Diabete, ipertensione, scompenso, BPCO e pluripatologie hanno bisogno di follow-up, esami, educazione terapeutica e interventi tempestivi nelle riacutizzazioni. Un medico inserito in una rete stabile con infermieri, specialisti e assistenza domiciliare può, in teoria, ridurre discontinuità e accessi impropri.
Fragilità e domiciliarità
Per anziani non autosufficienti, persone con disabilità e pazienti complessi, la differenza reale non la farà l’etichetta contrattuale. La farà la capacità del territorio di attivare visite domiciliari, continuità assistenziale e coordinamento tra servizi. Se questo pezzo non funziona, la riforma resta soprattutto una riorganizzazione interna.
Continuità assistenziale
La domanda più concreta, per i cittadini, resta molto semplice: chi coprirà davvero il territorio quando lo studio è chiuso, nei festivi, nelle aree interne o dove i medici già mancano? Il DM 77 definisce standard di presenza nelle Case di Comunità, ma la prova decisiva sarà la loro effettiva copertura con personale stabile.
La vera partita si gioca nei territori
C’è poi un aspetto che conta più di molti slogan: questa riforma, anche se approvata, difficilmente produrrà effetti uniformi in tutta Italia. Regioni e ASL potrebbero avere, e in parte hanno già attraverso la programmazione territoriale, un ruolo rilevante nel definire fabbisogni, funzioni da coprire, organizzazione delle Case di Comunità e distribuzione concreta dei professionisti.
Per i cittadini questo si traduce in una cosa molto pratica: l’impatto sarà verosimilmente molto locale. In una grande città con una rete più densa di servizi, la Casa di Comunità può diventare davvero una porta d’ingresso al SSN. In una provincia con organici ridotti o in un’area interna con distanze lunghe, la stessa architettura può restare fragile e discontinua.
Per capire che cosa stia cambiando davvero nella propria zona, conviene guardare meno agli annunci nazionali e più a qualche segnale concreto:
- se la Casa di Comunità più vicina è aperta e con quali orari reali;
- se esiste un Punto Unico di Accesso davvero funzionante;
- se sono presenti infermieri, prelievi, CUP, specialistica e servizi domiciliari, non solo l’edificio;
- se i canali di prenotazione e contatto sono chiari oppure continuano a scaricare tutto sul singolo studio del medico.
Soldi e personale: il punto da cui dipende quasi tutto
Le risorse per rafforzare il territorio esistono già. Il dossier della Camera ricorda che la legge di bilancio 2024 ha previsto 250 milioni di euro per il 2025 e 350 milioni annui dal 2026 per il potenziamento dell’assistenza territoriale e della relativa spesa di personale.
Ma i soldi, da soli, non bastano. Finanziare strutture e organici non significa automaticamente trovare medici disponibili e formati. Pensionamenti, sovraccarico burocratico, trasformazione del ruolo e minore attrattività della medicina generale restano problemi aperti. È qui che molte promesse rischiano di scontrarsi con la realtà: senza personale, le Case di Comunità rischiano di restare più un contenitore che un servizio.
Perché le contestazioni contano
Le critiche emerse attorno alla bozza non sono solo una schermaglia sindacale. In discussione ci sono questioni molto concrete: quanta autonomia conserverà il medico, come verrà garantita la copertura del territorio, chi farà cosa nelle Case di Comunità, con quali responsabilità e con quale supporto organizzativo.
Per questo, finché il testo non sarà definitivo, tempi e contenuti possono ancora cambiare in modo sensibile. E i punti più delicati restano proprio quelli che toccano la pratica quotidiana: il peso del doppio binario, la portata della dipendenza volontaria, l’equilibrio tra studio tradizionale e struttura territoriale, il ruolo effettivo di Regioni e ASL.
In sintesi: cosa è certo oggi, cosa è probabile, cosa resta aperto
- Certo oggi: il medico di famiglia resta convenzionato con la ASL; il DM 77 ha già disegnato la rete delle Case di Comunità; una parte della riorganizzazione passa già dall’ACN 2022-2024; la direzione strategica è quella della sanità territoriale e della presa in carico.
- Probabile nei prossimi mesi, se la bozza sarà confermata: più attività programmata dei medici nella rete territoriale, più lavoro d’équipe, più uso di sistemi informativi condivisi e più attenzione strutturata a cronici e fragili.
- Ancora aperto: la forma finale del doppio binario tra convenzione riformata e dipendenza volontaria, i tempi reali di attuazione e l’impatto concreto da Regione a Regione.
Alla fine, il criterio migliore per giudicare la riforma è molto meno ideologico di quanto sembri. Non conta solo la formula contrattuale. Conta se un paziente cronico avrà controlli più continui, se un anziano fragile farà meno avanti e indietro tra servizi separati, se una famiglia troverà risposte più rapidamente e se il territorio riuscirà davvero a prevenire una parte dei ricoveri evitabili.
Domande frequenti
La riforma Schillaci è già in vigore?
No. Al 27 aprile 2026, per la parte che riguarda la medicina generale, è ancora una bozza di decreto presentata alle Regioni.
Il medico di famiglia diventerà automaticamente dipendente del SSN?
No. Le ricostruzioni disponibili parlano di un doppio binario: convenzione riformata come modello ordinario e canale di dipendenza volontaria per alcune funzioni territoriali.
Il mio medico sparirà dallo studio?
Allo stato, non ci sono elementi per dirlo. Il quadro emerso finora non fa pensare a una cancellazione generalizzata degli studi tradizionali, ma piuttosto a una maggiore integrazione del lavoro nella rete territoriale.
Le Case di Comunità oggi sono già tutte funzionanti?
No. Esiste ancora una distanza significativa tra strutture programmate, target PNRR e sedi con almeno un servizio attivo. Il punto non è solo aprire edifici, ma renderli davvero operativi.
Perché si parla tanto di cronici e fragili?
Perché il cuore della riforma è la presa in carico continua dei pazienti che hanno più bisogno di controlli, coordinamento e assistenza domiciliare, non il semplice spostamento fisico del medico.
La riforma sarà uguale in tutta Italia?
Difficilmente. Regioni e ASL possono incidere molto nell’attuazione, quindi i cittadini potrebbero vedere differenze anche marcate tra territori.
Qual è l’ostacolo principale?
La carenza di personale. Senza medici di famiglia e professionisti territoriali sufficienti, anche un buon disegno organizzativo rischia di tradursi in più compiti distribuiti su meno persone.
Hai trovato interessante questo articolo? Continua a leggere nella sezione Salute e Benessere.









