Uomo di spalle davanti a un falò, con folla, bandiere italiane e fumo sullo sfondo.

Neofascismo oggi in Italia: come riconoscere simboli, linguaggi e strategie di propaganda

Oggi la propaganda neofascista circola sempre meno come semplice nostalgia del Novecento e sempre più come un ecosistema ibrido: post social, meme, sticker, merchandising, rituali pubblici, community online, eventi dal vivo e linguaggi allusivi che parlano insieme a simpatizzanti, curiosi e giovanissimi. Per questo una guida utile non può fermarsi a un catalogo di simboli “vietati”. Il punto vero è capire come si tengono insieme contesto, rete di appartenenza, bersagli polemici, tono del messaggio e capacità di mobilitare consenso.

Serve anche prudenza. Non tutta la destra radicale è neofascista, non ogni simbolo ambiguo prova un’appartenenza politica e non tutto ciò che è tossico o discriminatorio coincide automaticamente con un reato. Ma vale anche il contrario: ridurre tutto a folklore, provocazione o goliardia digitale significa perdere il modo in cui la radicalizzazione contemporanea si diffonde, si normalizza e diventa accettabile.

Le fonti più recenti aiutano a leggere il fenomeno senza scorciatoie. La Relazione al Parlamento 2026 del Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica segnala il ruolo abilitante della tecnologia nei circuiti virtuali dell’estrema destra suprematista e accelerazionista. L’EU TE-SAT 2025 di Europol richiama il coinvolgimento di soggetti molto giovani e l’uso della generative AI per propaganda e hate speech. Il report 2025 di Transcrime descrive invece un ambiente frammentato, multi-piattaforma, centrato su radicalizzazione, engagement, reclutamento e costruzione identitaria.

Perché il tema è tornato urgente

Se fino a pochi anni fa il neofascismo veniva immaginato soprattutto come militanza di piazza, oggi la fotografia è più ampia. I repertori identitari circolano in ambienti aperti e chiusi, tra feed pubblici e chat riservate, con passaggi continui da un formato all’altro. Un video breve può fare da esca, un meme può normalizzare un lessico aggressivo, un evento commemorativo può consolidare legami già attivi online.

Questa trasformazione riguarda anche il pubblico. Europol e le fonti italiane parlano di un ecosistema che intercetta persone molto giovani. Nel luglio 2025 ANSA ha riportato dati della Polizia di Stato su minori coinvolti in approfondimenti investigativi in contesti estremisti e violenti online: un indicatore utile, da leggere come fotografia di fase e non come serie storica definitiva. Il punto, però, resta chiaro: il fenomeno non vive solo nei margini visibili della piazza, ma dentro i flussi digitali ordinari.

Conta anche l’estetica. Il repertorio contemporaneo può presentarsi con grafiche curate, linguaggio pop, cultura gaming, umorismo, riferimenti seriali e visualità da community. Per questo il vecchio stereotipo del militante riconoscibile a prima vista spiega solo una parte del quadro.

Di che cosa parliamo davvero

La prima distinzione utile è terminologica, perché molta confusione nasce da etichette usate come sinonimi.

  • Destra radicale legale: opera nel campo della competizione politica ordinaria, anche con toni duri, identitari o securitari, senza per questo coincidere automaticamente con il neofascismo.
  • Neofascismo: riattualizza miti, simboli, rituali, lessico e forme organizzative che richiamano il fascismo storico o ne tentano una rielaborazione contemporanea.
  • Estremismo di destra violento o suprematista-accelerazionista: è un perimetro più ampio, spesso transnazionale, che può sovrapporsi in parte al neofascismo italiano ma non coincide con esso.

In pratica: non basta chiedersi come un gruppo si definisce. Conta osservare come si presenta, quali nemici costruisce, quali rituali usa, quali codici adotta, se chiama all’azione, se cerca reclutamento, se si collega a reti più ampie. L’autodefinizione spesso serve a schermare, non a chiarire.

Il criterio chiave: il contesto d’uso

Un simbolo isolato dice poco. Uno slogan preso da solo può essere ambiguo. Un gesto senza cornice può essere letto in modi diversi. Il metodo più utile, anche per evitare falsi positivi, è guardare la combinazione dei segnali.

Che cosa osservare, allora?

  • Chi lo usa: un profilo isolato, un gruppo organizzato, una community con riferimenti reciproci.
  • Dove compare: manifestazione, commemorazione, chat, pagina meme, volantino, merchandising, concerto, banchetto.
  • Con quali altri segnali: simboli, slogan, numeri, grafiche, rituali, riferimenti storici, hashtag, playlist, link a canali chiusi.
  • Con quale bersaglio: migranti, ebrei, donne, persone LGBT+, “élite traditrici”, nemici interni.
  • Con quale funzione: provocare, riconoscersi, normalizzare, reclutare, raccogliere fondi, mobilitare.

Questo vale anche sul piano giuridico. In Italia la rilevanza penale di una manifestazione fascista non si valuta in astratto, come se bastasse il gesto nudo e crudo. Conta il contesto concreto, la pubblicità dell’atto, la sua capacità di produrre adesione o di concorrere a una riorganizzazione.

Segnali da osservare

Simboli e codici

I richiami espliciti al fascismo storico esistono ancora, ma oggi convivono con marcatori meno trasparenti: rune, numeri, loghi ibridi, simboli cifrati, riferimenti visuali che funzionano come segnale per iniziati. Il report di Transcrime richiama, tra gli esempi, anche il Black Sun. Non è un invito a costruire liste automatiche: è un promemoria sul fatto che il linguaggio simbolico contemporaneo è più opaco di quello del passato.

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Il punto non è memorizzare tutto. È chiedersi se quei segni compaiono insieme, se ricorrono, se si accompagnano a slogan identitari, se servono a marcare appartenenza o a testare la soglia di tolleranza del pubblico.

Rituali pubblici

Le immagini contano, ma i rituali spesso contano di più. Commemorazioni, saluti, “chiamata del presente”, coreografie collettive, disciplina di gruppo, culto dei caduti: sono pratiche che costruiscono comunità, gerarchia e continuità simbolica. In questi casi la domanda non è solo “che gesto è?”, ma “che rito sta costruendo?”

Quando un gesto o un rito ricorre in una pubblica riunione, con una cornice celebrativa o mobilitante, il profilo cambia molto rispetto all’uso episodico o provocatorio. È proprio su questo terreno che la giurisprudenza italiana insiste nel valutare le circostanze concrete.

Estetiche, merchandising e normalizzazione

La propaganda contemporanea non ha sempre l’aspetto ruvido che ci si aspetta. Può passare da felpe, adesivi, poster, design minimale, grafiche da brand, sticker culture, micro-editoria e contenuti pensati per stare bene in un feed. Il merchandising non è solo commercio: può essere finanziamento, auto-riconoscimento e banalizzazione di repertori estremisti.

Un ambiente che vende identità prima ancora che dottrina, spesso, sta cercando di abbassare la soglia di ingresso.

Le narrazioni ricorrenti

La propaganda non vive di soli simboli. Funziona perché costruisce racconti semplici, emotivi e ripetibili. Il tratto comune è quasi sempre questo: creare un “noi” assediato e un nemico da cui difendersi.

  • Anti-immigrazione totalizzante: non come tema di policy, ma come racconto di invasione, sostituzione o contaminazione irreversibile.
  • Anti-globalismo cospirazionista: l’idea che poteri occulti, spesso con sottotesti antisemiti, tradiscano il “popolo autentico”.
  • Vittimismo identitario: il gruppo maggioritario viene rappresentato come perseguitato, silenziato, espropriato.
  • Misoginia e tradizionalismo sessuale: ruoli rigidi, maschilità protettiva, ostilità verso il pluralismo di genere e familiare.
  • Culto del martire o del caduto: quella che Transcrime chiama saint culture, cioè la glorificazione di figure elevate a simbolo eroico della causa.

Questi frame non sono sempre espliciti. Spesso si presentano come “buonsenso”, “difesa della civiltà”, “protezione dei confini”, “libertà di dire la verità”. È qui che entra in gioco il linguaggio allusivo.

Propaganda 2026: meme, ironia e ambiguità strategica

Uno dei cambiamenti più importanti degli ultimi anni è l’uso sistematico dell’umorismo. Il paper del Radicalisation Awareness Network spiega che meme, sarcasmo e battute servono a rendere più attraenti idee estremiste, abbassare le difese del pubblico e confondere il confine tra scherzo e propaganda.

In pratica funzionano così: per l’esterno è solo una provocazione; per l’interno è un segnale di appartenenza. Questo meccanismo è vicino a ciò che spesso viene definito dog whistle: un messaggio abbastanza ambiguo da restare difendibile, ma abbastanza chiaro da essere riconosciuto da chi condivide già quel repertorio.

Anche la gamification conta. Sfide, ranking informali, rituali di partecipazione, meme seriali, remix e commenti coordinati trasformano l’adesione politica in esperienza di community. La propaganda non chiede solo di credere: chiede di partecipare.

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Su questo terreno incidono anche gli strumenti di produzione. Europol ha richiamato l’uso della generative AI per creare e diffondere propaganda e hate speech. Non significa che ogni contenuto sintetico sia estremista, ma che il costo di produrre visual, slogan, video e pseudo-testimonianze si è abbassato molto.

Come si muovono le reti

Il neofascismo contemporaneo va letto come ecosistema, non solo come sigla. La filiera tipica è ibrida: piattaforme aperte per attirare attenzione, spazi semichiusi per consolidare il legame, chat o canali meno moderati per alzare il livello di radicalità.

  • Piazza e online si rinforzano a vicenda: eventi, commemorazioni, concerti e banchetti possono funzionare come porta d’ingresso a reti digitali più dense.
  • Le micro-community contano più dei grandi leader: creator di meme, admin, organizzatori locali, influencer minori.
  • La frammentazione non esclude coerenza: gruppi diversi possono condividere gli stessi frame narrativi e gli stessi codici.
  • Le piattaforme non sono neutre: moderazione, ban, migrazioni e adattamenti cambiano la forma della propaganda.

La Commissione europea ricorda che negli ultimi anni si è strutturato anche il lavoro di moderazione su simboli, manifesti e gruppi del violent right-wing extremism. Ma il problema resta aperto proprio perché i linguaggi si spostano rapidamente e imparano a eludere le regole.

Quando entra in gioco il diritto

Il punto di partenza, in Italia, è costituzionale: la XII disposizione transitoria e finale della Costituzione vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. Non è solo una valutazione storica o morale: è un principio dell’ordinamento.

La norma cardine resta la legge Scelba. In particolare, l’articolo 5 punisce chi, in pubbliche riunioni, compie manifestazioni usuali del disciolto partito fascista o di organizzazioni naziste. Questo dettaglio è essenziale: la legge non invita a un giudizio astratto sul simbolo isolato, ma guarda a condotte inserite in uno specifico contesto pubblico.

La Corte costituzionale ha chiarito già negli anni Cinquanta che l’apologia penalmente rilevante non è il semplice elogio, ma un’esaltazione idonea a favorire la riorganizzazione del partito fascista; e che non ogni manifestazione fascista è punibile, bensì quella capace di provocare adesioni e consensi in direzione della ricostituzione.

La Cassazione a Sezioni Unite, con la sentenza n. 16153 depositata il 17 aprile 2024, ha ribadito che saluto romano e “chiamata del presente” non si giudicano in astratto: integrano il delitto dell’articolo 5 della legge Scelba solo quando, considerate le circostanze del caso, siano idonei a creare un concreto pericolo di riorganizzazione del disciolto partito fascista. La stessa condotta, inoltre, può rilevare anche sul terreno della discriminazione e dell’odio.

Qui entrano gli articoli 604-bis e 604-ter del codice penale. Il primo riguarda propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa; il secondo prevede un’aggravante per finalità di discriminazione o odio. Il bersaglio, in questo caso, è decisivo: non conta solo il richiamo fascista, ma l’incitamento o la propaganda contro gruppi specifici.

Infine, conviene distinguere il linguaggio comune da quello penalistico. La Raccomandazione del Consiglio d’Europa del 2022 usa una nozione ampia di hate speech e distingue livelli diversi di gravità, soprattutto nell’ambiente online. Quindi: non tutto ciò che è socialmente tossico o discriminatorio è reato; ma non per questo è irrilevante sul piano democratico e civile.

Casi-limite da leggere con attenzione

  • Commemorazione: può essere memoria privata, rito identitario o manifestazione orientata alla propaganda. Senza contesto, la lettura resta debole.
  • Provocazione: spesso cerca proprio lo scandalo per ottenere visibilità, martirologio mediatico e reclutamento indiretto.
  • Merchandising: può sembrare solo estetica, ma talvolta serve a finanziare, riconoscere e normalizzare una community politica.
  • Contenuti ironici: sono tra i più insidiosi perché permettono ritirata tattica continua: “era una battuta” per l’esterno, conferma identitaria per l’interno.

Anche i casi di cronaca recente vanno trattati con misura. Nel febbraio 2026 ANSA ha riferito della condanna in primo grado di 12 militanti di CasaPound da parte del Tribunale di Bari per violazione degli articoli 1 e 5 della legge Scelba. È un caso contemporaneo importante, ma non definitivo: proprio per questo va letto come vicenda giudiziaria aperta, non come punto fermo concluso.

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Checklist pratica: 7 domande utili

  • 1. Chi parla? Guardare profilo, legami, canali collegati, frequentazioni, continuità dei riferimenti.
  • 2. È un episodio isolato o un pattern? La ripetizione organizzata conta più del singolo post.
  • 3. C’è un bersaglio? Minoranze, migranti, ebrei, donne, persone LGBT+, “traditori”, nemici interni.
  • 4. I segnali si rafforzano tra loro? Simboli, slogan, rituali, grafiche, numeri, playlist, eventi, inviti in chat.
  • 5. Il tono resta polemico o punta a disumanizzare? La differenza tra conflitto politico e propaganda d’odio passa anche da qui.
  • 6. C’è una call to action? Partecipare, donare, aderire, condividere, presentarsi a un evento, entrare in un canale chiuso.
  • 7. L’ambiguità chiarisce o scherma? Se ogni contestazione viene liquidata come umorismo, ma il repertorio resta coerente, probabilmente non è casuale.

Glossario minimo

  • Neofascismo: ripresa o rielaborazione contemporanea di simboli, miti, rituali e pratiche riferibili al fascismo storico.
  • Hate speech: categoria più ampia del solo reato; può includere discorsi discriminatori o disumanizzanti anche quando non integrano fattispecie penali.
  • Dog whistle: messaggio allusivo che per il pubblico generale resta ambiguo, ma per gli aderenti è perfettamente leggibile.
  • Accelerationism: ambiente estremista che vede caos, polarizzazione o collasso come fattori da accelerare o sfruttare.
  • Saint culture: glorificazione di caduti o autori di violenza come figure eroiche da imitare o venerare.
  • Echo chamber: spazio comunicativo in cui gli stessi contenuti e le stesse credenze si rafforzano quasi senza contraddittorio.

Domande frequenti

Un simbolo o un gesto basta da solo per dire che siamo davanti a neofascismo?

Quasi mai. Bisogna guardare contesto, ricorrenza, rete di appartenenza, bersagli e funzione del gesto. Un segno isolato è spesso troppo poco per una lettura affidabile.

Il saluto romano è sempre reato in Italia?

No, non esiste una risposta valida in astratto per ogni caso. La giurisprudenza richiede una valutazione concreta delle circostanze, del contesto e del pericolo che la condotta esprime, oltre all’eventuale contenuto discriminatorio.

Che differenza c’è tra hate speech e apologia di fascismo?

L’apologia riguarda il terreno del divieto costituzionale di riorganizzazione del partito fascista e la sua esaltazione idonea a favorirla. L’hate speech penalmente rilevante, invece, riguarda propaganda o istigazione fondate sulla discriminazione e sull’odio verso gruppi bersaglio.

Tutta la destra radicale o sovranista va considerata neofascista?

No. Confondere tutti i campi produce analisi deboli e polemica sterile. La distinzione tra destra radicale legale, neofascismo e ambienti estremisti violenti è essenziale.

Perché meme e ironia sono così importanti?

Perché rendono il messaggio più condivisibile, abbassano le difese, facilitano il reclutamento e permettono di negare tutto in pubblico senza rinunciare alla comunicazione interna.

Come evitare falsi positivi?

Non partire da un solo simbolo, verificare le fonti, osservare le combinazioni di segnali, distinguere tra episodio e continuità. La literacy sui codici serve a capire meglio, non a vedere fascismo ovunque.

Leggere il fenomeno senza semplificazioni

La parola neofascismo va usata con precisione, altrimenti perde utilità analitica. Ma usare precisione non significa minimizzare. Oggi propaganda, community building e radicalizzazione possono passare da forme più sofisticate, leggere e pop di quelle che l’immaginario comune continua ad aspettarsi.

Il criterio più utile, alla fine, è semplice: osservare contesto, ripetizione, rete, bersagli e capacità di produrre adesione. Non un simbolo da solo, non una sola foto, non una sola battuta. È nella convergenza dei segnali che si riconosce se siamo davanti a polemica politica, provocazione identitaria o propaganda neofascista vera e propria.

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