Cristoforo Colombo, perché divide ancora: dal mito della scoperta alla critica della colonizzazione
Com’è possibile che un navigatore del Quattrocento riesca ancora ad accendere discussioni pubbliche, politiche e simboliche? Il motivo è che Cristoforo Colombo non è rimasto confinato nei libri di storia. Intorno al suo nome si sono stratificate, nei secoli, idee diverse di scoperta, progresso, identità, conquista e violenza coloniale.
Per capire perché la sua figura resti così contesa conviene tenere separati tre piani. Il primo riguarda i fatti storici. Il secondo riguarda i miti costruiti dopo. Il terzo, infine, riguarda gli usi pubblici del presente. Solo così si spiega perché in Italia Colombo sopravviva soprattutto come memoria civica, legata in particolare a Genova, mentre negli Stati Uniti il suo nome sia ancora al centro di uno scontro molto più politico, tra Columbus Day e Indigenous Peoples' Day.
Perché Colombo divide ancora, oggi
Colombo continua a dividere perché nel suo nome si intrecciano storie diverse. Per alcuni resta il navigatore genovese che aprì una nuova stagione di contatti tra Europa e Americhe. Per altri è il simbolo di un inizio traumatico, segnato da conquista, sfruttamento, violenza coloniale e crollo di popolazioni indigene.
Il punto è che queste letture non parlano tutte della stessa cosa. C’è il Colombo storico, cioè l’uomo dei quattro viaggi atlantici. C’è il Colombo del mito, costruito da letteratura, scuola, celebrazioni e monumenti. E c’è il Colombo simbolico, ancora oggi evocato per discutere di identità italiana, appartenenza italoamericana, colonialismo e memoria pubblica.
Negli Stati Uniti questo conflitto è più visibile e più istituzionalizzato che in Italia. Ma sarebbe sbagliato liquidarlo come una polemica soltanto americana. Anche in Europa e in America Latina il 12 ottobre e la figura di Colombo sono stati letti in modi molto diversi, spesso incompatibili tra loro.
Che cosa fece davvero: i viaggi, il progetto e gli errori di calcolo
Il nucleo storico, in realtà, è abbastanza definito. Colombo, navigatore genovese al servizio della Corona di Spagna, compì quattro viaggi atlantici tra il 1492 e il 1504. Come ricordano Britannica e Treccani, quei viaggi aprirono la via all’esplorazione europea delle Americhe, ma anche al loro sfruttamento e alla colonizzazione.
Il suo obiettivo, però, non era trovare un “nuovo continente” nel senso moderno del termine. Cercava una rotta occidentale per arrivare in Asia. La sua impresa nacque dunque anche da un errore: Colombo sottostimava la circonferenza terrestre e valutava male le distanze oceaniche. Per i suoi contemporanei, infatti, il problema non era la forma della Terra, ma la praticabilità reale di quel percorso.
Questo dettaglio cambia molto. Colombo non partì per compiere la “scoperta dell’America” come se sapesse già dove stesse andando. Partì inseguendo un progetto diverso. Il fatto che approdò nei Caraibi non riduce il peso storico dei suoi viaggi, ma impedisce di leggerli con categorie troppo semplici o troppo retrospettive.
Le parole che cambiano il giudizio: scoperta, incontro, conquista
Una parte decisiva della discussione passa dal lessico. Definire Colombo lo “scopritore dell’America” è una formula tradizionale, ma storicamente fuorviante. Le Americhe erano già abitate da popolazioni indigene con lingue, culture, strutture politiche e sistemi religiosi propri. Raccontare il continente come se entrasse nella storia soltanto con l’arrivo degli europei significa adottare un punto di vista eurocentrico.
C’è poi un secondo elemento. Colombo non fu il primo europeo ad arrivare in Nord America. Le prove archeologiche sulla presenza vichinga a L’Anse aux Meadows, richiamate da Britannica, mostrano che navigatori nordici raggiunsero quelle coste secoli prima.
Ecco perché molti storici preferiscono formule più precise: arrivo europeo nei Caraibi, avvio dell’espansione atlantica, inizio della conquista e della colonizzazione. Non è un semplice dettaglio linguistico. Le parole orientano già il racconto: mettono al centro l’impresa individuale oppure i rapporti di potere che da quell’impresa si avviarono.
I miti da smontare
Il mito della Terra piatta
Tra le storie più resistenti c’è quella di Colombo eroe moderno che avrebbe sfidato un Medioevo convinto della Terra piatta.Treccani chiarisce che questa vulgata fu rilanciata soprattutto dalla biografia romantica di Washington Irving del 1828. La controversia reale non riguardava la sfericità della Terra, ma le stime errate di Colombo sulla dimensione del globo e sulla distanza dall’Asia.
L’eroe solitario
Anche l’immagine dell’uomo solo contro tutti regge poco. Il viaggio del 1492 non fu il gesto isolato di un genio staccato dal suo tempo, ma il risultato di interessi commerciali, monarchici e religiosi. Dietro la spedizione c’erano la Corona di Spagna, la ricerca di nuove rotte e la competizione per il controllo di ricchezze e territori.
L’impresa come pura avventura
Ridurre Colombo al protagonista di una grande avventura marittima finisce per oscurare la dimensione politica dell’impresa. Nelle fonti coeve non compare solo l’entusiasmo dell’approdo. Compare già la presa di possesso delle terre incontrate in nome dei sovrani. Ed è qui che il racconto epico mostra tutte le sue semplificazioni.
L’altra faccia del 1492: possesso, violenza e conseguenze per i popoli indigeni
La Library of Congress richiama la lettera del 1493 in cui Colombo scrive ai sovrani spagnoli di aver preso possesso delle isole raggiunte in loro nome, senza opposizione. È un passaggio importante, perché sposta il racconto dalla sola esplorazione alla logica dell’appropriazione politica.
Le società incontrate nei Caraibi non erano terre vuote né mondi senza storia. I Taíno, per esempio, avevano strutture sociali, religiose e politiche complesse. Ricordarlo serve a correggere una narrazione europea molto antica, che per lungo tempo ha relegato gli indigeni a semplice sfondo dell’impresa colombiana.
La critica contemporanea insiste soprattutto su ciò che seguì all’approdo: assoggettamento, brutalità, lavoro forzato, diffusione di malattie e disarticolazione di intere comunità. La stessa Library of Congress ricorda che entro il 1550 i Taíno erano vicini all’estinzione, in larga parte anche per le malattie portate dagli spagnoli.Britannica aggiunge che il trattamento di Colombo e dei suoi uomini verso gli indigeni fu spesso brutale.
Qui, però, la misura conta. Colombo non coincide da solo con l’intera storia della colonizzazione europea delle Americhe. Sarebbe una scorciatoia. Il suo nome, però, resta il simbolo di quel passaggio iniziale: l’avvio concreto di un’espansione imperiale destinata a produrre conseguenze enormi e durature.
Come nasce il mito: letteratura, scuola e monumenti
Se Colombo divide ancora, è anche perché il suo mito non è recente.Treccani ricorda che attorno alla sua figura si formò, soprattutto tra XVI e XVII secolo, un vero ciclo poetico e letterario, proseguito poi anche nell’Ottocento. In altre parole, il personaggio pubblico di Colombo non è il riflesso neutro dei fatti: è il risultato di una lunga riscrittura culturale.
Nell’età romantica questa trasformazione accelera. Colombo diventa il simbolo dell’uomo della visione, del coraggio individuale, del destino storico. Una figura perfetta per monumenti, celebrazioni civiche e racconti nazionali. Anche per questo il mito ha resistito così a lungo: non vive solo nella storiografia, ma in un immaginario molto più ampio.
Il cambiamento si intravede anche nella divulgazione per ragazzi. In una voce dell’Enciclopedia dei ragazzi di Treccani, pubblicata nel 2005, Colombo è ancora presentato come protagonista di una grandiosa avventura, ma nello stesso testo compaiono anche conquista, colonizzazione, sfruttamento economico e violenza contro gli indigeni. Non è una misurazione dei manuali scolastici italiani, ma resta un indizio utile: il racconto educativo è diventato più ambivalente.
Colombo come simbolo identitario: Genova, Italia e mondo italoamericano
In Italia la memoria di Colombo è meno polarizzata che negli Stati Uniti e meno centrale sul piano nazionale. La sua presenza pubblica resta soprattutto civica e culturale, con un peso particolare di Genova. Questo dice qualcosa di importante: qui Colombo parla spesso più di appartenenza urbana e tradizione locale che di scontro ideologico permanente.
A Genova questa memoria è ancora molto concreta. Il Comune di Genova ha istituito nel 2022 il Centro Studi Colombiano e ha confermato anche nel 2025 cerimonie, cortei storici, mostre e iniziative pubbliche. Segno che, in quel contesto, Colombo non è un riferimento astratto ma un elemento riconosciuto dell’identità civica.
Negli Stati Uniti il discorso cambia e si fa molto più sensibile. Come spiega Britannica, il Columbus Day crebbe soprattutto nelle comunità italiane e cattoliche, dove Colombo veniva letto come prova di appartenenza americana in un contesto segnato da pregiudizi anti-italiani e anticattolici. Per molti italoamericani, celebrarlo non significava soltanto onorare un navigatore: significava rivendicare un posto pieno nella storia nazionale degli Stati Uniti.
Si capisce allora perché statue, feste e intitolazioni non vengano percepite da tutti allo stesso modo. Per una parte del pubblico sono una critica legittima alla memoria coloniale. Per un’altra colpiscono anche un simbolo di integrazione e riscatto sociale. È in questa sovrapposizione che il conflitto diventa più netto.
Il 12 ottobre nel mondo: una data, memorie diverse
Negli Stati Uniti il Columbus Day resta una festività federale nel secondo lunedì di ottobre, come ricorda l’Office of Personnel Management. Ma il dato giuridico, da solo, non basta a descrivere la situazione reale. La memoria pubblica americana è ormai frammentata.
Un aggiornamento del Pew Research Center del 2025 mostra infatti una geografia irregolare: alcuni stati mantengono il Columbus Day in varie forme, altri lo affiancano o lo sostituiscono con ricorrenze dedicate ai popoli nativi. La differenza tra festa federale, riconoscimento statale e giorno effettivamente lavorativo rende il quadro ancora più disomogeneo.
La distanza emerge anche ai massimi livelli politici. Un report ufficiale della Casa Bianca ricorda che nel 2021 Joe Biden fu il primo presidente a proclamare l’Indigenous Peoples' Day. Nel 2025, però, un’altra proclamazione della Casa Bianca ha definito Colombo un “true American hero”. Più che una semplice ricorrenza, il 12 ottobre è diventato un terreno di scontro culturale e politico.
Fuori dagli Stati Uniti, la stessa data cambia nome e significato. In vari paesi latinoamericani è stata letta come Día de la Raza o come giornata della resistenza indigena; in Spagna coincide con la Fiesta Nacional, come sintetizza Britannica. Più che una memoria condivisa, esiste dunque un mosaico di memorie concorrenti.
Più che assolvere o condannare: come raccontare Colombo in modo adulto
Ridurre tutto a una scelta tra celebrazione e cancellazione serve a poco. Una lettura storicamente solida distingue almeno tre livelli: il navigatore del Quattrocento, il mito costruito nei secoli e gli usi politici contemporanei della sua immagine. Quando questi piani si confondono, il dibattito si irrigidisce e perde precisione.
Resta però un punto fermo. I viaggi di Colombo furono decisivi perché aprirono una nuova fase nei rapporti tra Europa e Americhe. Ma furono decisivi anche perché aprirono la via a conquista, sfruttamento e conseguenze devastanti per molte popolazioni indigene. Tenere insieme queste due verità è il minimo necessario per uscire sia dall’agiografia sia dalla semplificazione opposta.
In fondo, Colombo divide ancora per questo: costringe a scegliere come raccontare l’inizio dell’espansione coloniale europea nelle Americhe. Parlare di avventura, di scoperta, di conquista o di colonizzazione non è la stessa cosa. Cambia il centro del racconto, e cambia anche il giudizio.
Forse una memoria unica non esiste. Una memoria pubblica più adulta, però, sì: meno celebrativa, meno riflessa, più capace di tenere insieme fatti, contesti e responsabilità.
Domande frequenti
Cristoforo Colombo ha davvero scoperto l'America?
È una formula tradizionale, ma storicamente imprecisa. Le Americhe erano già abitate da popolazioni indigene e, dal punto di vista europeo, i Vichinghi raggiunsero il Nord America secoli prima di Colombo.
È vero che Colombo dimostrò che la Terra non era piatta?
No. È un mito nato molto dopo i fatti. Nel suo tempo il nodo non era la forma della Terra, ma la stima delle distanze verso l’Asia, che Colombo calcolò male.
Perché negli Stati Uniti Colombo è così importante per gli italoamericani?
Perché la sua figura è stata usata a lungo come simbolo di integrazione, orgoglio etnico e legittimazione cattolica in una società che ha conosciuto forti pregiudizi contro italiani e cattolici.
Perché molte persone chiedono di sostituire il Columbus Day?
Perché l’attenzione si è spostata dalle celebrazioni dell’esploratore alle conseguenze della colonizzazione: espropriazione, violenza, malattie e marginalizzazione dei popoli indigeni.
In Italia il dibattito su Colombo è acceso quanto negli USA?
No. In Italia il conflitto è in genere meno polarizzato e resta più legato alla memoria civica, soprattutto genovese, che a uno scontro politico nazionale permanente.
Si può parlare di Colombo senza cadere né nella celebrazione né nella cancellazione?
Sì, se si distinguono i fatti dai miti e si usa un lessico preciso. Parlare di Colombo oggi significa tenere insieme impresa nautica, appropriazione politica delle terre incontrate e conseguenze coloniali.
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