Volontari distribuiscono cibo ad anziani in un cortile di quartiere, con un cantiere sullo sfondo.

Il Terzo settore in Italia tra riforma, welfare locale e nuovi bisogni sociali

In Italia i bisogni sociali crescono più rapidamente della capacità dei territori di rispondere in modo uniforme. Nel 2024 oltre 5,7 milioni di persone vivevano in povertà assoluta, mentre la popolazione continua a invecchiare: gli over 65 sono già il 24,3%. È in questo spazio, fatto di fragilità diffuse e servizi diseguali, che il Terzo settore ha assunto un peso sempre più concreto nel welfare di prossimità. Non come etichetta generica della solidarietà, ma come rete di servizi, accompagnamento, domiciliarità e presa in carico.

Per capire perché il tema sia così attuale bisogna tenere insieme tre piani. Il primo riguarda i vuoti del welfare locale, molto diversi da una zona all’altra del Paese. Il secondo è la riforma del Terzo settore, entrata in una fase più operativa con il RUNTS al centro. Il terzo è il PNRR, che sta finanziando infrastrutture e interventi sociali ma lascia aperta la domanda più importante: chi sosterrà la gestione ordinaria quando finiranno le risorse straordinarie?

Perché il tema è urgente adesso

La pressione sociale non riguarda più soltanto le situazioni estreme. Accanto alla povertà assoluta, nel 2025 la quota di popolazione in grave deprivazione materiale e sociale è salita al 5,2%. È un segnale che va oltre il reddito: il disagio riguarda anche l’accesso a beni essenziali, servizi, relazioni e opportunità.

A tutto questo si somma un fattore strutturale: l’invecchiamento demografico. Secondo Istat, nello scenario mediano i 65 anni e più potrebbero arrivare al 34,6% della popolazione entro il 2050, mentre gli over 85 passerebbero dal 3,9% del 2024 al 7,2%. In termini molto concreti significa più bisogni di cura continuativa, più assistenza domiciliare, più sostegno ai caregiver e più integrazione tra sanitario e sociale.

In questo quadro il Terzo settore è diventato parte della risposta ordinaria. Non perché abbia sostituito lo Stato nel suo insieme, ma perché in molti contesti garantisce ciò che il pubblico, da solo, fatica a tenere insieme: prossimità, continuità, intercettazione precoce del disagio, relazioni di fiducia e una certa flessibilità operativa.

Quanto pesa davvero il non profit italiano, e perché non coincide tutto con gli ETS

I numeri aiutano a rimettere le cose a fuoco. Il non profit non è un comparto marginale. Secondo Istat, al 31 dicembre 2023 le istituzioni non profit attive in Italia erano 368.367 e impiegavano 949.200 dipendenti. Quasi la metà delle istituzioni si concentra al Nord, un dato che riflette anche gli squilibri territoriali del Paese.

Ma non tutto il non profit coincide con gli Enti del Terzo Settore iscritti al RUNTS. È una distinzione essenziale. Gli ETS registrati erano 140.237 al 29 dicembre 2025, secondo il Ministero del Lavoro, tra organizzazioni di volontariato, associazioni di promozione sociale, imprese sociali e altri enti.

Per questo è utile non sovrapporre tre perimetri diversi: il non profit rilevato da Istat, gli ETS iscritti al RUNTS e le ex Onlus in transizione. Non è un dettaglio tecnico per addetti ai lavori: serve a capire chi rientra in quali regole, chi può accedere a determinati benefici e come leggere correttamente i dati.

Più che una supplenza astratta dello Stato, il Terzo settore è spesso il pezzo di welfare che rende i servizi davvero raggiungibili.

Un altro dato invita a evitare letture troppo lineari: le cooperative sociali restano centrali nell’erogazione dei servizi, ma i dati Istat non descrivono una crescita automatica. Al contrario, continuano a diminuire. Più che un’espansione continua, il settore sta attraversando una fase di riassetto.

I vuoti del welfare locale: dove la geografia conta più dei principi

Per capire davvero il ruolo del Terzo settore bisogna guardare ai territori. Nel 2022 i Comuni italiani hanno impegnato 10,9 miliardi di euro per servizi sociali e socio-educativi. La spesa netta è stata di 8,9 miliardi, pari allo 0,46% del Pil.

Il punto decisivo, però, è la distribuzione. La spesa media pro capite per i servizi sociali comunali è di 150 euro, ma passa da 207 euro nel Nord-est a 78 euro nel Sud. Non è solo uno scarto contabile: significa diverse possibilità di presa in carico, soglie di accesso differenti e continuità dei servizi molto variabile.

È proprio in questo spazio che il Terzo settore diventa decisivo. Non sempre come sostituto totale del pubblico, ma spesso come soggetto che ne colma i vuoti operativi: sportelli di ascolto, educativa territoriale, distribuzione alimentare, accompagnamento ai servizi, housing, sostegno domiciliare, mediazione con le famiglie, reti di quartiere.

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Per questo raccontare il non profit come semplice supplenza dello Stato rischia di essere fuorviante. In molte aree è piuttosto un adattamento organizzato a un welfare locale molto diseguale. Ed è anche questa diseguaglianza a spiegare perché gli stessi strumenti funzionino bene in alcuni territori e molto meno in altri.

La nuova domanda sociale: povertà, fragilità familiari, non autosufficienza

Nel 2024 la povertà assoluta ha riguardato oltre 2,2 milioni di famiglie, pari all’8,4% del totale, e più di 5,7 milioni di individui, il 9,8% della popolazione. L’incidenza sale al 30,4% tra le famiglie con almeno uno straniero. È un dato che aiuta a capire perché molte organizzazioni siano impegnate non solo in interventi emergenziali, ma anche in percorsi di orientamento, accesso ai diritti e inclusione.

Accanto alla povertà economica cresce poi un disagio meno visibile, ma molto concreto: la deprivazione materiale e sociale grave. Quando aumenta, cresce anche il numero di persone che rischiano di restare fuori dai circuiti ordinari della partecipazione, tra casa, salute, scuola, mobilità, relazioni e accesso ai servizi.

Il fronte della non autosufficienza pesa altrettanto. Nel 2024 gli anziani di 65 anni e più ospiti di strutture residenziali socio-assistenziali e socio-sanitarie erano poco più di 291 mila; quasi 239 mila erano non autosufficienti. Anche qui i tassi di ricovero restano molto più alti nel Nord che nel Sud, segno di una rete di offerta ancora sbilanciata.

Su questo terreno il Terzo settore si sta ridefinendo come infrastruttura di prossimità. Non solo mense o pacchi alimentari, ma anche servizi domiciliari leggeri, sostegno ai caregiver, empori solidali, progetti di autonomia per persone con disabilità, housing temporaneo, accompagnamento abitativo e reti comunitarie.

Cosa cambia davvero nel 2026 con la riforma del Terzo settore

Per anni la riforma del Terzo settore è sembrata un cantiere lungo, tecnico e in parte incompiuto. Nel 2026, però, entra in una fase molto più concreta anche per gli enti.

Il primo passaggio riguarda il RUNTS, il Registro unico nazionale del Terzo settore. Con il DM 2/2026, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 20 marzo 2026, sono state introdotte modifiche al regolamento del registro per aumentare omogeneità, trasparenza e pubblicità dei dati. Tra le novità c’è anche la figura del delegato del rappresentante legale per la gestione delle pratiche.

Il secondo passaggio è la soppressione, dal 1° gennaio 2026, dell’Anagrafe unica delle Onlus. Per le ex Onlus che vogliono continuare a operare come ETS, il passaggio al RUNTS è diventato un adempimento decisivo. Non è solo una formalità: incide sul riconoscimento dell’ente, sul regime di trasparenza e sull’accesso agli strumenti previsti dalla riforma.

C’è poi un aspetto molto pratico, spesso sottovalutato: per il cinque per mille 2026 le coordinate bancarie inserite nel RUNTS sono una condizione indispensabile per il pagamento. La regolarità amministrativa, quindi, non riguarda soltanto la burocrazia: ha effetti diretti sulla possibilità di ricevere risorse.

Infine, il via libera della Commissione europea alla riforma fiscale ha rimosso uno dei nodi più pesanti del percorso. Resta però una materia tecnica, da maneggiare con prudenza: le ricadute operative cambiano a seconda del tipo di ente. La direzione di fondo, comunque, è chiara: più riconoscimento, ma anche più tracciabilità, controlli e responsabilità.

PNRR sociale: una leva importante, ma con un equivoco da chiarire

Quando si parla di PNRR e sociale, l’equivoco più comune è pensare che associazioni e cooperative possano candidarsi sempre come beneficiarie dirette delle risorse. Nella maggior parte dei casi non funziona così.

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La Missione 5 Componente 2 finanzia linee rilevanti per il welfare locale: sostegno alla genitorialità, autonomia per anziani e persone con disabilità, rafforzamento dei servizi sociali, housing temporaneo, stazioni di posta e interventi contro la grave marginalità. Ma i soggetti titolari delle risorse sono soprattutto Ambiti Territoriali Sociali, Comuni ed enti pubblici gestori delle funzioni socio-assistenziali.

Le FAQ ministeriali sull’Avviso 1/2022 lo chiariscono bene: gli ETS entrano spesso come partner attuativi, coprogettisti o gestori delle attività necessarie alla realizzazione dei progetti. Formalmente è un ruolo indiretto, ma sul piano concreto può essere centrale. Senza organizzazioni già radicate sul territorio, molti interventi rischiano di rimanere più deboli o più lenti.

Per il lettore la distinzione utile è questa: il PNRR non è soprattutto un’occasione per ottenere fondi in autonomia, ma per entrare in filiere territoriali complesse fatte di amministrazione, progettazione, partenariato, rendicontazione e gestione dei servizi.

Accanto al PNRR sociale si apre poi una finestra importante sul versante sanitario. Il Ministero della Salute ha destinato 2,72 miliardi di euro al potenziamento dell’assistenza domiciliare per gli over 65, con l’obiettivo di assistere direttamente a casa il 10% della popolazione anziana entro il 2026. Per il Terzo settore questo non significa automaticamente nuove risorse dirette, ma rende ancora più strategica l’integrazione sociosanitaria territoriale.

Dalla coprogettazione alla gestione dei servizi: come il Terzo settore entra nel welfare locale

Il cambiamento più interessante non riguarda solo l’erogazione di servizi per conto della pubblica amministrazione. Riguarda anche il fatto che, sempre più spesso, gli enti partecipano alla definizione stessa delle risposte locali.

L’articolo 55 del Codice del Terzo Settore ha reso co-programmazione e coprogettazione un asse strutturale del nuovo welfare collaborativo. In teoria è una svolta importante: non solo appalti o affidamenti, ma costruzione condivisa degli interventi a partire dai bisogni del territorio.

Nella pratica, però, il quadro resta disomogeneo. La ricerca di Euricse sul nuovo welfare collaborativo mostra insieme opportunità e criticità: ci sono territori in cui questi strumenti producono innovazione reale e altri in cui restano episodici, formali o difficili da gestire. La differenza la fanno la capacità amministrativa dei Comuni, la qualità organizzativa degli ETS e la presenza di obiettivi chiari e misurabili.

Quando funziona, la coprogettazione consente alle organizzazioni di fare qualcosa di più che gestire un servizio. Permette di contribuire alla lettura dei bisogni, costruire reti tra scuola, servizi sociali, sanità, quartieri, volontariato e famiglie, e rendere gli interventi più aderenti alla vita quotidiana delle persone.

È qui che il Terzo settore assomiglia meno a un semplice prestatore e più a un’infrastruttura civica. Connette istituzioni e comunità, tiene insieme competenze professionali e capitale relazionale, rende il welfare più vicino ai luoghi in cui il bisogno emerge davvero.

Le opportunità concrete da tenere d’occhio

Le opportunità ci sono, ma vanno lette senza enfasi e con un certo realismo organizzativo.

  • Cinque per mille. Resta uno strumento fondamentale di sostegno, ma richiede una posizione amministrativa ordinata e dati corretti nel RUNTS, a partire dalle coordinate bancarie.
  • Fondi dedicati agli ETS. Fuori dal PNRR, il Ministero del Lavoro ha messo a disposizione 141.307.766,49 euro nel triennio 2025-2027 per iniziative e progetti finanziati tramite i fondi previsti dagli articoli 72 e 73 del Codice del Terzo Settore.
  • Coprogettazioni territoriali. Le occasioni più concrete passano spesso da partenariati con Ambiti Territoriali Sociali, Comuni e soggetti pubblici gestori, soprattutto su disabilità, marginalità estrema, housing temporaneo, sostegno alle famiglie e servizi di prossimità.
  • Domiciliarità e integrazione sociosanitaria. Il rafforzamento dell’assistenza domiciliare e dei servizi territoriali apre spazi per enti capaci di lavorare con continuità tra sociale e sanitario.
  • Capacità di rendicontazione. Sempre più spesso la differenza non la fa soltanto l’idea progettuale, ma la capacità di stare dentro procedure, monitoraggi, partenariati e controlli.

In pratica, oggi le organizzazioni più solide non sono necessariamente quelle più grandi, ma quelle che sanno combinare radicamento locale, affidabilità amministrativa e capacità di lavorare in rete.

Il nodo che nessuno può eludere: chi pagherà la gestione dopo il PNRR?

È la domanda meno celebrativa, ma anche la più concreta. Molti investimenti straordinari finanziano strutture, avvii o rafforzamenti di servizi. Molto meno chiaro è come verranno sostenuti, nel medio periodo, i costi ordinari di personale, gestione, manutenzione e continuità operativa.

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Il rischio è evidente: aprire servizi utili ma fragili, legati a bandi, proroghe o risorse una tantum. Per il Terzo settore sarebbe un problema doppio. Da un lato aumenterebbe la pressione a inseguire progettazioni discontinue; dall’altro si rafforzerebbe una dipendenza cronica da finanziamenti straordinari senza una base stabile.

Nei territori più deboli il problema è ancora più serio, perché si sommano minore spesa sociale ordinaria e minore capacità amministrativa. In altre parole, proprio dove i bisogni sono più pesanti, la sostenibilità rischia di essere più incerta.

Il punto, allora, non è soltanto inaugurare nuovi progetti. È capire chi li terrà in piedi quando si esaurirà la spinta straordinaria. Il futuro del welfare locale si gioca molto più su questa continuità che sul numero di bandi annunciati.

Box pratico: come capire se un ente è affidabile e attivo sul territorio

    • Verificare l’iscrizione al RUNTS e controllare in quale sezione l’ente è registrato.
    • Controllare i dati essenziali: sede, legale rappresentante, attività dichiarate, aggiornamento delle informazioni.
    • Guardare se pubblica documenti e rendiconti: bilanci, progetti, risultati, relazioni sulle attività.
    • Osservare il radicamento territoriale: collaborazioni con Comuni, scuole, servizi sociali, Asl, altre associazioni.
    • Valutare la chiarezza dell’impatto: non basta la reputazione simbolica, servono tracce verificabili del lavoro svolto e delle risorse impiegate.

Per chi vuole donare, fare volontariato o cercare un partner affidabile, questa piccola checklist vale più di molte etichette. Nel non profit la fiducia conta ancora moltissimo, ma oggi deve poggiare su informazioni verificabili.

Domande frequenti

Qual è la differenza tra non profit, ETS e Onlus?

Il non profit è il perimetro più ampio rilevato da Istat. Gli ETS sono gli enti iscritti al RUNTS secondo il Codice del Terzo Settore. Le Onlus erano invece una categoria fiscale specifica: dal 2026 la loro anagrafe è stata soppressa e il passaggio al RUNTS è diventato il nodo decisivo per restare nel nuovo perimetro.

Il Terzo settore sta sostituendo lo Stato nel welfare?

No, almeno non in modo lineare. In molti territori colma vuoti reali e rende i servizi più capillari, accessibili e continuativi. Più che sostituire integralmente il pubblico, lo integra e spesso ne rafforza la capacità di arrivare alle persone.

Le associazioni possono prendere direttamente i fondi del PNRR sociale?

Nella maggior parte delle linee sociali no. I beneficiari diretti sono soprattutto Ambiti Territoriali Sociali, Comuni ed enti pubblici gestori. Gli ETS partecipano spesso come partner, coprogettisti o soggetti che gestiscono attività e servizi.

Perché il RUNTS è diventato così importante nel 2026?

Perché è il perno amministrativo della riforma: certifica l’inquadramento dell’ente, ne rende pubblici i dati essenziali e incide su trasparenza, accesso ai benefici e gestione di strumenti come il cinque per mille.

Dove sono oggi le opportunità più concrete per il Terzo settore?

Soprattutto in cinque ambiti: cinque per mille, fondi dedicati ex articoli 72-73, coprogettazioni locali, domiciliarità integrata e servizi territoriali legati a disabilità, povertà abitativa, famiglie e marginalità.

Come può un cittadino verificare se un ente è serio prima di donare o offrire tempo?

Partendo da pochi controlli semplici: iscrizione al RUNTS, documenti pubblicati, attività recenti, partnership sul territorio, chiarezza nell’uso delle risorse e risultati raccontati in modo comprensibile e verificabile.

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