Niccolò V antipapa: come nacque lo scisma di Pietro Rainalducci e che cosa rivela sul potere nella Chiesa medievale
Roma, gennaio 1328. Ludovico il Bavaro entra in città e piega il cerimoniale fino a rovesciarlo: si fa incoronare imperatore senza il papa di Avignone. Pochi mesi dopo, il passo successivo è già pronto. Viene promosso un pontefice rivale. Si chiama Pietro Rainalducci, è un francescano originario del contado di Rieti e prenderà il nome di Niccolò V.
La sua è una vicenda breve, ma chiarissima. Non va confusa con il Grande Scisma d’Occidente, che arriverà molto più tardi. Qui siamo davanti a una frattura circoscritta, costruita dall’alto e fortemente politica, nata per provare a sostituire il papa legittimo con un’obbedienza alternativa. Ed è proprio per questo che il caso di Niccolò V è così utile: mostra che nel Medioevo l’autorità non si reggeva solo sul diritto, ma anche su riti, uffici, città, alleanze e capacità di tenere insieme un territorio.
Roma 1328: il momento in cui la frattura diventa visibile
La cronologia conta, e qui conta moltissimo. Ludovico IV entra a Roma il 7 gennaio 1328. L’11 gennaio viene designato imperatore dal popolo romano e il 17 gennaio riceve la corona attraverso Sciarra Colonna, che agisce a nome del popolo. Già questo basta a far capire quanto il cerimoniale venga piegato a un disegno politico: la legittimazione non passa più dalla mediazione papale, ma da un passaggio civico costruito apposta.
Il gesto successivo chiude il cerchio. Il 18 aprile Giovanni XXII viene dichiarato deposto per eresia. A quel punto la strada per una papalità concorrente è aperta. Non è un colpo di mano improvvisato, né una semplice sfida simbolica: è il tentativo di fabbricare un nuovo centro di autorità, con Roma come palcoscenico e l’Impero come regista.
Chi era Pietro Rainalducci prima dell’elezione
Pietro Rainalducci non era un grande uomo di curia. Secondo il Dizionario Biografico degli Italiani, nacque attorno al 1258 a Corvaro, nel contado di Rieti; nelle fonti compaiono anche varianti del nome e del toponimo, un dettaglio da tenere presente per non confondersi. Dopo un matrimonio poi sciolto entrò nell’Ordine francescano nel 1285.
Visse a lungo a Roma, nel convento dell’Ara Coeli, e si fece una reputazione di austerità e di fedeltà all’ideale di povertà. Ed è qui che la sua figura diventa spendibile nel 1328: non per un peso politico personale, ma per il valore simbolico della sua immagine francescana. In un momento in cui la povertà è diventata un terreno di conflitto, un frate percepito come rigoroso poteva essere presentato come il volto credibile di una Chiesa “altra”.
Il vero contesto della crisi: Avignone, Impero e francescanesimo
Ridurre tutto a uno scontro personale tra Giovanni XXII e Ludovico il Bavaro sarebbe un errore. Giovanni XXII, come ricorda Britannica, governa da Avignone e difende con forza l’autorità papale nelle controversie con l’Impero. Dall’altra parte, Ludovico cerca di sottrarsi a quella supremazia e di costruire una legittimità propria, con Roma al centro.
La questione della povertà francescana è il detonatore più potente. Non riguarda solo un ideale ascetico: tocca il rapporto, enorme, tra Cristo, la Chiesa, i beni e il diritto di possedere. Per gli ambienti rigoristi, Giovanni XXII tradisce la tradizione evangelica; per il papato, invece, è in gioco la libertà stessa di definire dottrina, amministrare risorse e governare. Sullo sfondo ci sono anche le città italiane, attraversate da equilibri guelfi e ghibellini che trasformano una disputa teologica in una crisi concreta di potere.
Come nasce un antipapa: elezione, acclamazione e messa in scena della legittimità
In senso storico, un antipapa è un concorrente del pontefice ritenuto legittimo che riesce almeno in parte a imporsi materialmente. La definizione serve a evitare due estremi: trattare questi casi come semplici caricature, oppure considerarli papati paralleli perfettamente compiuti. Nella realtà sono quasi sempre tentativi fragili, e spesso documentati da fonti parziali.
Il 12 maggio 1328 Rainalducci viene consacrato con un rito accuratamente preparato. Ludovico aveva già fissato regole preliminari che legavano il futuro papa a Roma e lo inserivano nel suo progetto imperiale. La scelta passa formalmente attraverso tredici delegati del clero romano, mentre il popolo viene chiamato all’acclamazione.
A San Pietro la cerimonia si svolge in più fasi e culmina in un gesto altamente politico: l’acclamazione pubblica e la consegna, da parte dell’imperatore, dell’anello e del manto pontificio. È il punto in cui il caso diventa chiarissimo. Nel Medioevo la legittimità non è mai solo una questione canonica: è anche visibile, rituale, pubblica, messa in scena davanti a una comunità.
Perché si chiamò Niccolò: il nome come programma politico
Nemmeno il nome fu scelto a caso. Niccolò richiama due memorie molto precise. Da una parte Niccolò III, legato alla bolla Exiit qui seminat sulla povertà francescana. Dall’altra Niccolò IV, primo papa francescano e già generale dell’Ordine dei minori. La scelta, quindi, non è neutra: parla a un pubblico che riconosce quella genealogia e vi legge un messaggio di continuità con la tradizione rigorista.
Il nome serve a collocare il nuovo pontefice dentro una linea di legittimità, non solo a distinguerlo. È un gesto di propaganda raffinata, perché trasforma una persona in segno. E in una crisi come quella del 1328 i segni contano quasi quanto le forze materiali.
La contro-curia: quando l’antipapato imita Avignone
La nuova papalità non si fermò al simbolo. Niccolò V mise in piedi una vera contro-curia, con cancelleria, Camera apostolica, Penitenzieria, una familia di corte e un primo collegio cardinalizio avviato già il 15 maggio 1328 con la nomina di sei cardinali. È un dettaglio essenziale: uno scisma non regge se non produce documenti, nomine, uffici, carriere e denaro.
Il registro superstite della cancelleria mostra proprio questo sforzo di istituzionalizzazione. L’antipapato di Rainalducci cercò di apparire credibile imitando la macchina di Avignone. In altre parole, per essere riconosciuta, un’autorità rivale deve spesso assomigliare molto all’istituzione che vuole sostituire.
Deporre Giovanni XXII, distribuire benefici, cercare obbedienze
Il 27 maggio 1328 Niccolò V depose Giovanni XXII accusandolo di eresia. Nel lessico del tempo, l’accusa è insieme dottrina e politica: non serve solo a giudicare l’avversario, ma a togliergli la pretesa di legittimità. Non basta proclamarsi vero papa; bisogna anche spiegare perché l’altro non lo sia più.
Alla delegittimazione si accompagna una politica molto concreta: la redistribuzione dei benefici ecclesiastici. Cariche, prebende e favori servono ad attirare chierici e sostenitori nella nuova obbedienza. Questo aspetto è fondamentale per capire il Medioevo: il potere papale vive anche di uffici, protezioni, stipendi e percorsi di carriera, non soltanto di dichiarazioni solenni.
Quanto fu ampio davvero lo scisma
L’obbedienza di Niccolò V fu reale, ma limitata. I sostegni si concentrarono soprattutto in aree dell’Italia centro-settentrionale vicine al partito ghibellino e filoimperiale. Tra i centri di appoggio compaiono Milano, Pisa, Lucca e Viterbo, dentro una geografia molto italiana e molto urbana.
Non si trattò dunque di una spaccatura generalizzata dell’intera cristianità latina. E proprio questa scala ridotta rende il caso così utile. Si vede bene che uno scisma non nasce nel vuoto: prende forma dove esistono reti locali, convenienze politiche, cleri disposti a cambiare obbedienza e poteri cittadini pronti a sostenerlo.
Le idee dietro il gesto: Marsilio da Padova e la contestazione della supremazia papale
Dietro il laboratorio romano del 1328 c’era anche un orizzonte teorico. La voce di Treccani su Marsilio da Padova legge la designazione popolare dell’imperatore e la costruzione di una papalità rivale come una pratica applicazione di tesi ostili alla supremazia politica del papato. Non una trovata improvvisata, quindi, ma un gesto che si inserisce in una critica più ampia dell’ordine ecclesiastico vigente.
Conviene però evitare paragoni troppo facili con categorie moderne come democrazia o populismo. Il punto, piuttosto, è che nel Medioevo le grandi crisi nascono spesso quando un’elaborazione teorica incontra l’occasione politica giusta. Nel 1328, a Roma, le due cose si saldano.
Il crollo: quando viene meno la protezione imperiale
La parabola di Niccolò V si spezza quando viene meno la protezione imperiale. Dopo l’uscita di Ludovico da Roma nell’agosto del 1328, l’antipapa perde il suo principale sostegno materiale. Si sposta tra Viterbo e Pisa, ma il progetto si restringe rapidamente e l’isolamento cresce.
Nel 1330 si arriva alla resa. Le fonti distinguono bene i passaggi: una prima abiura in area pisana e poi la sottomissione rinnovata davanti a Giovanni XXII ad Avignone, il 24 agosto 1330. Da quel momento Rainalducci vive sotto sorveglianza nel palazzo papale fino alla morte, il 16 ottobre 1333.Britannica lo definisce con una formula precisa: fu l ’ultimo antipapa imperiale, non l’ultimo antipapa in assoluto.
Che cosa insegna oggi questo episodio sulla legittimità medievale
La sua vicenda insegna una cosa semplice: nel Medioevo un papa non esiste davvero solo perché viene proclamato. Deve essere riconosciuto, servito, finanziato, difeso e messo in scena. Deve avere rituali convincenti, uffici funzionanti, cardinali, benefici da distribuire, città che lo ospitano e poteri che lo proteggono.
Per questo il caso di Niccolò V, pur meno celebre di altri conflitti, vale tantissimo dal punto di vista storico. È un laboratorio nitido, che mostra come nasca un’obbedienza rivale e quanto sia difficile trasformare una pretesa in potere durevole.
Box di servizio: parole da usare bene per non confondersi
- Papa legittimo: il pontefice riconosciuto come regolarmente eletto dalle liste pontificie e dall’obbedienza prevalente. Nel 1328, per la successione papale, è Giovanni XXII.
- Antipapa: un concorrente al pontefice ritenuto legittimo che riesce almeno in parte a imporsi materialmente.
- Scisma: rottura dell’unità di obbedienza ecclesiale. Nel caso di Niccolò V il termine va qualificato, perché la frattura è breve e geograficamente limitata.
- Eresia: nel lessico del tempo è una categoria dottrinale, ma anche un’arma politico-giuridica usata per delegittimare l’avversario.
- Obbedienza: l’insieme concreto di chierici, città, poteri e fedeli che riconoscono una determinata autorità.
Domande frequenti
Chi era Pietro Rainalducci?
Fu un francescano originario del contado di Rieti, attivo a Roma nel convento dell’Ara Coeli, eletto nel 1328 come antipapa con il nome di Niccolò V. Non va confuso con il papa rinascimentale omonimo.
Perché Niccolò V è considerato un antipapa?
Perché si oppose al pontefice ritenuto legittimo, Giovanni XXII, e tentò con un certo successo materiale di occupare il trono papale e organizzare un’obbedienza alternativa.
Quale rapporto c’era tra Niccolò V e Ludovico il Bavaro?
L’antipapato di Niccolò V nacque dentro la strategia di Ludovico IV contro Giovanni XXII. L’imperatore favorì la deposizione del papa avignonese, preparò il rito del 12 maggio 1328 e sostenne la nuova papalità finché rimase in grado di proteggerla.
Che ruolo ebbe la povertà francescana nello scisma del 1328?
Un ruolo decisivo. La disputa sulla povertà non fu solo spirituale: divenne un detonatore politico e teologico, utile a contestare Giovanni XXII e a rendere credibile Rainalducci in certi ambienti francescani e filoimperiali.
Lo scisma di Niccolò V fu davvero importante?
Fu limitato nel tempo e nello spazio, ma molto importante come caso storico. Permette di capire con grande chiarezza come si costruisce la legittimità papale e come nascono obbedienze rivali.
Dove ebbe più seguito Niccolò V?
Soprattutto in alcune aree dell’Italia centro-settentrionale vicine al partito ghibellino e all’Impero, con appoggi documentati in città come Milano, Pisa, Lucca e Viterbo.
Come finì la vicenda di Niccolò V?
Con il venir meno del sostegno imperiale. Dopo il ritiro di Ludovico da Roma, Rainalducci si isolò tra Viterbo e Pisa, nel 1330 abiurò e si sottomise a Giovanni XXII ad Avignone, dove morì nel 1333 sotto custodia.
Fu l’ultimo antipapa della storia?
No. La formula storicamente corretta è un’altra: Niccolò V fu l’ultimo antipapa imperiale, cioè l’ultimo sostenuto in modo diretto da una strategia dell’Impero.
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