Ricercatore con zaino fotografa un enorme iceberg vicino a una nave tra i ghiacci al tramonto.

La sentinella italiana in Antartide: come basi, nave e osservatori aiutano a capire il clima che cambia e il rischio per le coste

Quando si parla di innalzamento del mare, l’istinto è guardare la riva. In realtà una parte decisiva della storia si scrive molto più a sud, in Antartide, dove ghiaccio, oceano e atmosfera si influenzano a vicenda senza tregua. La ricerca italiana serve proprio a questo: raccogliere misure continue e affidabili, trasformando un continente lontano in un laboratorio utile anche per leggere il futuro delle coste italiane.

Il quadro più recente lo rende evidente. La 41ª campagna estiva 2025-2026 del PNRA ha chiuso le attività a Mario Zucchelli; sulla rompighiaccio Laura Bassi alcuni progetti sono proseguiti fino a marzo 2026. E il 20 febbraio 2026 è partita la 22ª missione invernale a Concordia, con 12 persone residenti per nove mesi di isolamento e 21 attività scientifiche in programma. Non è una presenza simbolica: è una filiera del dato che lavora in costa, nell’interno della calotta e in mare.

Perché l’Antartide conta anche per chi vive sulle coste italiane

Il livello medio del mare cresce soprattutto per due ragioni: l’oceano si espande quando si scalda e il ghiaccio continentale perde massa. L’Antartide è una parte importante di questo bilancio, ma non l’unica. L’indicatore Copernicus aggiornato nel 2026 stima un aumento medio globale di 3,64 millimetri l’anno dal 1999, pari a 9,38 centimetri in 26 anni. Circa il 30% del segnale deriva dall’espansione termica e circa il 60% soprattutto dalla perdita di ghiaccio da ghiacciai e calotte polari.

Secondo l’IPCC, la sola calotta antartica ha perso 2670 gigatonnellate tra il 1992 e il 2020, contribuendo a 7,4 millimetri di innalzamento medio globale del mare. Nel rapporto AR6, il contributo dell’Antartide entro il 2100 resta probabilmente positivo in tutti gli scenari, con una forchetta che va da 0,03 a 0,34 metri a seconda delle emissioni.

Per chi vive o amministra lungo le coste italiane, però, va tenuta ferma una distinzione: livello medio globale e rischio locale non coincidono. In una laguna, in una foce o su un litorale urbanizzato contano anche subsidenza, mareggiate, assetto della costa e opere di difesa. Il segnale globale è la base, ma la traduzione sul territorio richiede altri passaggi.

Tre piattaforme, una sola catena di misura: Mario Zucchelli, Concordia e Laura Bassi

La presenza italiana in Antartide si regge su tre infrastrutture complementari.

  • Mario Zucchelli è la base costiera, attiva nella stagione estiva australe. È il punto da cui partono molte attività sul campo, dai rilievi sul ghiaccio alle campagne in mare.
  • Concordia, sul plateau interno, è una base permanente. Proprio perché lavora tutto l’anno in un ambiente estremo e poco perturbato, è preziosa per le serie continue e per osservazioni atmosferiche e glaciologiche di alta qualità.
  • Laura Bassi è la rompighiaccio che porta ricerca e strumenti nel Mare di Ross, sostiene i progetti oceanografici e amplia il raggio d’azione del sistema italiano.

Il valore di questo assetto sta nella complementarità. Il PNRA indica che gli osservatori permanenti misurano in continuo parametri di atmosfera, idrosfera, criosfera e litosfera. In altre parole: non dati sparsi, ma una rete che segue il sistema climatico nel suo insieme.

Anche i numeri dell’ultima stagione aiutano a capire la portata del lavoro: OGS ha indicato 14 attività concluse a Mario Zucchelli nella campagna estiva 2025-2026 e cinque progetti proseguiti sulla Laura Bassi fino a marzo 2026. A Concordia, invece, il punto forte è la continuità: molte misure valgono proprio perché vengono ripetute anno dopo anno.

Sul ghiaccio non si misura solo la fusione: neve, vento e bilancio di massa

Quando si parla di calotta antartica, il pensiero va subito allo scioglimento. Ma per capire se il ghiaccio, nel complesso, guadagna o perde massa bisogna guardare anche alle entrate: quanta neve cade, quanta si accumula davvero, quanta viene spostata dal vento e quanta si perde. È il tema del bilancio di massa superficiale, uno dei tasselli più delicati nei modelli della calotta.

L’osservatorio IAMCO del PNRA lavora esattamente su questo fronte. Tra Mario Zucchelli, Dome C e Dumont d’Urville utilizza 16 stazioni meteorologiche automatiche, due stazioni di radiosondaggio e sensori ottici per seguire meteorologia, climatologia e bilancio di massa. Dentro queste misure ci sono processi che sembrano minuti ma cambiano molto il risultato finale: precipitazione nevosa, trasporto della neve da parte del vento, accumulo reale sulla superficie.

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È per questo che una rete di osservazione sul campo conta tanto. Nessun sensore, da solo, produce una risposta definitiva. Ma l’integrazione di stazioni meteo, radiosondaggi e osservazioni ottiche aiuta a correggere e validare i modelli che simulano il comportamento della calotta antartica.

Beyond EPICA: perché una carota di ghiaccio lunga 1,2 milioni di anni parla del futuro

Accanto alle misure del presente c’è un’altra linea di ricerca decisiva: capire come il sistema climatico ha reagito in passato a concentrazioni diverse di gas serra. È qui che entra in gioco Beyond EPICA, uno dei progetti più importanti oggi in Antartide e coordinato dall’Italia. Nel maggio 2026 il CNR ha comunicato che i campioni estratti a Little Dome C, vicino a Concordia, permettono di analizzare il più completo archivio climatico degli ultimi 1,2 milioni di anni, con il lavoro di 14 laboratori europei.

Il valore di questa carota profonda non sta solo nel record temporale. Serve a chiarire come hanno interagito temperatura, ghiaccio e gas serra durante la Transizione del Pleistocene Medio, una fase chiave della storia climatica terrestre. In pratica, è un test severo per i modelli: se riescono a ricostruire bene il clima del passato, diventano più affidabili quando devono simulare il futuro.

Il Mare di Ross, dove l’oceano antartico influenza calore, carbonio e livello del mare

Il secondo grande fronte è l’oceano. Nel Mare di Ross si osserva un passaggio che conta ben oltre l’Antartide: la formazione di una quota rilevante delle Antarctic Bottom Water, masse d’acqua molto dense che alimentano la circolazione profonda globale. Il progetto MORSea del PNRA spiega che circa il 25% di queste acque nasce da acque dense di piattaforma del Mare di Ross.

Per seguire questa variabilità, MORSea usa cinque mooring e una combinazione di misure di temperatura e salinità, XBT, drifter e float Argo. Sono dati cruciali perché la circolazione profonda influenza stratificazione oceanica, contenuto di calore, livello medio del mare e ciclo del carbonio. Tradotto: il mare si alza non solo perché il ghiaccio terrestre perde massa, ma anche perché l’oceano assorbe e redistribuisce calore.

Negli ultimi anni il quadro si è fatto più fitto grazie alle piattaforme autonome. OGS ha spiegato che i glider lanciati nel Mare di Ross raccolgono dati ad alta risoluzione su temperatura, salinità, densità e correnti, ampliando la copertura rispetto ai campionamenti tradizionali. In una regione che compare spesso negli scenari di perdita accelerata di massa della calotta, avere più dati e più continuità significa ridurre l’incertezza proprio dove serve.

Che cosa racconta l’atmosfera antartica: ozono, aerosol, radiazione e profili verticali

Il terzo pezzo della catena è l’atmosfera. A Concordia la ricerca italiana non si limita al meteo di superficie: osserva processi che aiutano a capire come cambiano composizione dell’aria, bilancio radiativo e struttura verticale dell’atmosfera in una delle regioni più sensibili del pianeta.

  • radiazione in superficie
  • aerosol colonnare e in situ
  • contenuto di ozono
  • profilo verticale dell’aria e boundary layer
  • nubi stratosferiche polari osservate con lidar

ISAC-CNR sottolinea che le osservazioni lidar a Dome C sulle nubi stratosferiche polari sono rilevanti per la chimica dell’ozono e per migliorare i modelli climatico-chimici. Non sono misure separate dal resto: condizioni radiative, aerosol, nubi e struttura dell’aria influenzano gli scambi con la superficie e quindi anche il comportamento del ghiaccio e dell’oceano.

È qui che l’Antartide smette di apparire come tre capitoli distinti. Ghiaccio, oceano e atmosfera sono un sistema accoppiato, e le infrastrutture italiane funzionano bene proprio perché permettono di osservarlo lungo tutta la catena.

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Dai sensori ai modelli: come le misure italiane entrano nelle stime sul clima e sul mare

La domanda pratica è inevitabile: che cosa cambia, concretamente, grazie a questi dati? La risposta è meno spettacolare di un titolo facile, ma molto più utile. Le osservazioni raccolte in Antartide servono a calibrare, validare e correggere i modelli che simulano accumulo nevoso, dinamica della calotta, circolazione oceanica e scambi atmosfera-superficie.

Il loro contributo non è dire quanti centimetri vedrà una singola spiaggia italiana entro una certa data. È migliorare i parametri fisici e i processi di base che entrano nelle proiezioni globali e regionali. Questo conta molto, perché le stime sul livello del mare restano sensibili sia a come evolveranno le emissioni sia a come reagiranno i grandi serbatoi di ghiaccio antartici.

Per arrivare al rischio su una costa italiana servono poi altri passaggi: modelli mediterranei, dati locali, conoscenza della subsidenza, frequenza delle mareggiate, stato delle difese costiere. Senza questo pezzo locale la traduzione sarebbe scorretta. Ma senza il pezzo antartico il quadro globale sarebbe più debole.

Che cosa significa per l’Italia: più che una linea sull’atlante, un rischio che cresce con pochi centimetri

Per le coste italiane il tema non è solo quanto salirà il mare in media, ma come quel rialzo si combinerà con eventi estremi e fragilità locali. È qui che i centimetri fanno la differenza. L’Agenzia europea dell’ambiente segnala che un aumento di 10 centimetri del livello del mare aumenta tipicamente di circa 10 volte la frequenza di un dato livello di inondazione costiera. Le coste mediterranee, inoltre, rientrano tra le aree europee più esposte al rischio di alluvioni composte.

Questo aiuta a leggere il problema con la giusta scala. Un incremento moderato del livello medio può cambiare molto la probabilità di un evento dannoso, soprattutto in aree basse, urbanizzate o soggette a subsidenza. Per l’Italia, studi richiamati dal CMCC mostrano che regioni come Veneto ed Emilia-Romagna compaiono tra quelle più esposte alle perdite economiche in scenari ad alte emissioni e senza nuove protezioni costiere dopo il 2015. Va detto con chiarezza: non è una previsione certa, ma un esercizio di scenario che serve a misurare la posta in gioco.

Ed è proprio qui che la ricerca antartica diventa concreta. Non annuncia il destino di una singola città, ma rende più solide le basi scientifiche su cui si pianificano adattamento, difese costiere, gestione di porti, lagune e infrastrutture.

Che cosa sappiamo già e che cosa resta incerto

Le evidenze solide ci sono. Sappiamo che il livello medio del mare sta aumentando. Sappiamo che l’oceano si scalda e si espande. Sappiamo che la perdita di massa della calotta antartica contribuisce già al fenomeno. Sappiamo anche che, senza osservazioni continue, molte delle parti più delicate del sistema restano difficili da rappresentare bene nei modelli.

Restano però incertezze importanti, soprattutto sulla velocità con cui alcuni settori della calotta antartica possono accelerare e su quanto peseranno le emissioni future. Per questo basi permanenti, osservatori e campagne oceanografiche non sono un lusso scientifico: sono infrastrutture strategiche di conoscenza.

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L’idea da tenere è semplice. L’Antartide non è lontana quando si parla di coste, porti, lagune ed erosione in Italia. La ricerca italiana, con Mario Zucchelli, Concordia e la Laura Bassi, lavora proprio sul punto in cui un dato raccolto nel continente bianco può diventare una decisione più informata sul Mediterraneo.

Domande frequenti

Perché la ricerca italiana in Antartide è rilevante per il livello del mare?

Perché misura processi chiave su ghiaccio, oceano e atmosfera che entrano nelle stime globali dell’innalzamento del mare. Questi dati non si trasformano da soli in una previsione per una singola costa italiana, ma riducono l’incertezza dei modelli usati anche per il Mediterraneo.

Che differenza c’è tra Mario Zucchelli e Concordia?

Mario Zucchelli è la base costiera operativa nella stagione estiva, utile per il lavoro sul campo e la logistica delle campagne. Concordia è una base permanente nell’interno del continente ed è preziosa per osservazioni continue e serie lunghe in un ambiente molto stabile e isolato.

Che cosa misurano concretamente gli scienziati italiani sul ghiaccio?

Misurano neve che cade e si accumula, trasporto della neve da parte del vento, condizioni meteorologiche e bilancio di massa superficiale. Su scale più lunghe studiano anche le carote di ghiaccio profonde, che conservano informazioni sul clima del passato.

Perché il Mare di Ross è così importante?

Perché è uno dei luoghi chiave per la formazione di acque profonde antartiche, che influenzano la circolazione oceanica globale, il contenuto di calore del mare e il ciclo del carbonio. In questo senso conta anche per il clima lontano dall’Antartide.

I dati raccolti in Antartide permettono di prevedere quanto salirà il mare a Venezia o Ravenna?

Non da soli. Servono anche modelli regionali sul Mediterraneo, dati sulla subsidenza locale, informazioni su mareggiate e difese costiere. Le osservazioni antartiche migliorano il quadro fisico di fondo, ma la traduzione su scala locale richiede altri livelli di analisi.

Beyond EPICA serve solo a ricostruire il clima del passato?

No. Il passato è uno strumento per capire il futuro. Le carote profonde aiutano a testare la sensibilità del clima ai gas serra e quindi a migliorare l’affidabilità dei modelli che simulano ciò che potrebbe accadere nei prossimi decenni.

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